Fra i tanti problemi del nostro Paese c’è anche quello della povertà educativa. Con questo termine si intende la privazione totale o parziale per i minori della possibilità di frequentare la scuola e, di conseguenza, di poter avere il medesimo numero di possibilità di impiego e di formazione professionale in un futuro lavorativo dei loro coetanei. Tale problema, che dovrebbe essere lontano da un Paese industrializzato e avanzato come il nostro, è tuttavia ben presente e radicato in molte realtà della Penisola, riuscendo anche a scavalcare le classiche pregiudiziali che da sempre caratterizzano il nostro Paese.

Infatti, contrariamente a quanto si possa credere sulla base dei pregiudizi storici, la povertà educativa non colpisce unicamente le regioni meridionali, ma in maniera trasversale tutto il Paese per motivazioni differenti. La prima è da ricondurre senza dubbio a una certa cultura diffusa: continuano, purtroppo, a persistere sacche di popolazione per cui la scolarizzazione non rappresenta una priorità assoluta, rendendo così l’esistenza di quei minori molto diversa da quella corrispondente all’immaginario collettivo. Molto spesso a tale disinteresse verso la scuola contribuisce anche il modello di società attuale, con una sempre più marcata attenzione per l’immagine e una sempre minore per la sostanza.

La seconda causa che contribuisce alla diffusione di un fenomeno così preoccupante è senza dubbio quella dell’instabilità economica e, troppo spesso, dell’indigenza in cui interi nuclei familiari si ritrovano a vivere. In un Paese in cui il sistema di welfare è al collasso e la scarsità di lavoro endemica, molti nuclei familiari si ritrovano a vivere ben al di sotto della soglia di povertà rendendo così sempre più spesso necessario l’abbandono della scuola da parte dei figli per contribuire alle necessità domestiche e al sostentamento. Tale quadro, che pensavamo di esserci lasciati alle spalle relegandolo all’età della prima rivoluzione industriale, si ripresenta con cupezza ripulito dalla polvere del carbone che alimentava le fabbriche dell’epoca e ripresentandosi in salsa bit nell’era della digital economy.

Questo quadro desolante non ha solo degli effetti nocivi sui minori direttamente coinvolti, ma anche sull’economia e sullo sviluppo dell’Italia. Infatti non è sbagliato affermare che un fenomeno come questo porti inevitabilmente a sprecare risorse potenzialmente utili per lo sviluppo e la progressione economica e sociale di un Paese da troppi anni impantanato in una crisi economica e sociale senza precedenti. In questo lungo tunnel, tuttavia, non si intravede nemmeno una luce che possa far pensare alla presenza di un’uscita che assicuri dell’aria fresca, stante la pressoché totale indifferenza del Governo e delle istituzioni nel potenziare e rimettere in sesto un settore scolastico talmente sgangherato e stremato dal turnover e dal precariato che da tempo ha smesso di rappresentare un traino per un Paese che voglia davvero definirsi moderno e al passo con i tempi.