Dobbiamo combattere populismi e nazionalismi stupidi. Dobbiamo guardare a quello che l’Europa ha costruito: abbiamo realizzato l’Unione europea senza frontiere, inoltre abbiamo creato una moneta unica e ora dobbiamo rafforzare il ruolo dell’Euro. Queste le parole pronunciate negli ultimi giorni dal Presidente della Commissione europea all’universita di Liegi; non è la prima volta che Juncker abbina la parola populismo a quella nazionalismo, lo aveva già fatto da Vienna spingendosi fino a ripercorrere i capitoli più bui della storia europea del Novecento, evocando addirittura”l’Anschluss“. In quell’occasione non aveva mancato di pronunciarsi anche sull’Italia, che secondo lui a causa di Salvini, “potrebbe presto raccogliere le macerie”, secca la risposta del vicepremier “Non parlo con chi non è sobrio. Le uniche macerie che dovrò raccogliere saranno quelle del bel sogno europeo, distrutto da gente come Juncker”.

La finta e moraleggiante dicotomia tra populismo e nazionalismo che Juncker tendenziosamente costruisce è “sovrastrutturale”, non è reale, poichè non descrive davvero la situazione politica attuale. Il materialismo storico sembrerebbe suggerire che la rotta di collisione tra la “Buona Europa liberale” e quella “cattiva e nazionalista” sia ormai un tema consegnato agli archivi storici. Lo scontro che invece si sta consumando è quello che coinvolge diverse realtà e sistemi produttivi, diverse esigenze socio-economiche che si declinano in maniera differente in ogni paese; da questi fattori traggono forza i partiti populisti e forse patriottici, ma certamente non nazionalisti. Essi presentano sfaccettature peculiari: alcuni, più conservatori e attenti alle questioni sociali come la Lega – che recupera alcuni elementi della nuova Destra come, il rifiuto dell’uguaglianza sociale, la critica al multiculturalismo e il contrasto all’immigrazione illegale – altri, più riformisti e focalizzati sulla struttura socio-economica e sui diritti sociali come il Movimento Cinque Stelle, che ha fatto propri molti temi appartenenti alla Sinistra.

La Lega e il Movimento Cinque Stelle in Italia, Podemos e gli Indigandos in Spagna e Syriza in Grecia, il Front National in Francia, hanno tutti qualcosa in comune: sono partiti così detti “populisti”, che nascono a causa di non-politiche europee. Il populismo altro non è che una richiesta di politica da parte del popolo, attraverso il rifiuto della classe politica che ha goveranto fino ad ora. Fintanto che l’Europa porterà avanti solo la ragione economica, come testimoniano le parole di Juncker, che mira a rafforzare l’euro non curandosi di un’altra ragione, quella di Stato probabilmente più importante, si consumerà come combustibile e permetterà ai partiti populisti di bruciare sulle sue macerie alla prossima tornata elettorale europea di maggio.

Non basta più ricordare ciò che l’Europa ha fatto e ribadire l’assenza delle frontiere, ricordando il simbolo di un terribile muro che ormai non c’è più, o le pagine più buie del vecchio continente, ma bisogna guardare al futuro e a quello che ancora c’è da fare e non solo a livello economico. L’Europa si trova di fronte ad un bivio cambiare o perire, ora deve rispondere alle esigenze e ai bisogni di una generazione che quel muro, per fortuna, non lo ha mai visto.

Il populismo è un animale strano e multiforme, che ha saputo scuotere il pardigma imperante in Europa dopo il Trattato di Lisbona, attraverso una netta contrapposizione tra l’elité burocratica, spesso chiamata in maniera dispregiativa “casta” e il popolo, visto come depositario di valori completamente positivi, virtuoso in ogni sua forma ed esaltato forse in modo un po’ velleitario. Ma in fondo come affermava Ralfh Dahrendorf: “quello che è l’opportunismo per gli uni è la democrazia per gli altri”.

E’ forse il caso di chiederci: a maggio per chi suonerà la campana? Per i partiti fluidi, post-ideologici e populisti che stanno rinnovando la classe politica in vari paesi accumulando consenso, o per una testarda e rigida Europa che ha tuttavia fatto breccia nella sovranità degli stati-nazione attraverso i trattati. Se questa fase di transizione sarà favorevole ai primi e il pendolo oscillerà verso il particolarismo sovranista e patriottico, o verso l’universalismo federalista europeo sarà soltanto il tempo a dircelo.