A Genova, una delle città operaie per eccellenza, nella mattinata del 23 maggio, ci sono stati scontri di piazza. Tra antagonisti e polizia. Il casus belli: comizio di Casapound Italia, tenutosi in un luogo altamente simbolico, Piazza Marsala, a 500 metri dalla sinagoga dove, nel 1943, iniziarono le deportazioni degli ebrei genovesi.

Genova, da sempre, ha una nutrita presenza di antifascisti e antagonisti. Facile immaginare che ci sarebbero stati dei tafferugli, tant’è che la zona intorno a piazza Marsala era presidiata da camionette e recintata con inferriate. Guardando i video, sembrava Belfast con le sue peace lines. Gli scontri, per inciso, ci sono stati. Ma non siamo qui per fare un commento tecnico sulle cinghiate, sulle aste rinforzate; sul perché si sia dato modo a Casapound di organizzare un evento politico in una zona così provocatoria. Queste sono faccende che andrebbero smaltite in altre maniere, assai più sbrigative e meno concettuali di quanto sembrino.

Ciò che è grave, è che una sequela di celerini ha massacrato Stefano Origone, giornalista di Repubblica, che stava stilando un reportage della manifestazione. Era lì a snasare un po’, sapeva che ci sarebbero state cariche e camionette, che fendono il corteo per disperdere i manifestanti. Stefano magari immaginava che, stando a così stretto contatto con la prima linea degli scontri, avrebbe potuto beccarsi qualche scoria di un lacrimogeno. Tanto basta acqua e limone e l’arrossamento diminuisce, così dicono. Di certo non si aspettava di finire in mezzo ad un’azione di alleggerimento della Polizia, né tantomeno di venire pestato e preso a calci nonostante fosse finito a terra e si stesse raggomitolando come un pallone da calcio. Viene salvato da un ispettore di Polizia, questa è la cronaca.

Facile associare Origone a Mark Covell, cronista inglese che, nel luglio 2001, in una Genova a ferro e fuoco per il G8, si trovava nella Diaz quando un branco di poliziotti fece irruzione e picchiò (torturò, si può dire?) gli occupanti della scuola, una massa di ragazzi disobbedienti, giornalisti e attivisti; frangia pacifica delle manifestazioni.

Al netto di quanto accaduto, massima solidarietà a Stefano Origone.

Ma occorre esprimere due concetti, due considerazioni alla luce del pestaggio di Stefano.

La prima è la pochezza delle posizioni di difesa delle FdO. Pochezza che trascende quasi in omertà, incapacità di ammettere che i celerini hanno avuto un atteggiamento da psicolabili nel gettare a terra un uomo dopo averlo manganellato e, non paghi, continuare a tirargli calci sulla schiena e nelle costole. Il questore di Genova Ciarambino si è scusato, personalmente, con Origone. Ha detto che è stato “travolto” da una carica di alleggerimento. Ma c’è un contrasto alla Roy Keane su Haland tra quanto descritto da Ciarambino e quanto detto da Origone (e diciamo che ci sono anche diversi video a suffragare la sua testimonianza). Lui si è ritrovato sottomesso davanti a un numero imprecisato di divise. Tutte uguali, tutte che, come macchine a molla, alzavano e abbassavano il manganello su di lui. «Ho l’impronta dei loro anfibi impressa sulla schiena», ha detto Origone. Ci chiediamo se la carica di alleggerimento preveda queste pratiche.

La seconda considerazione, è che è davvero uno spasso notare il saliscendi da montagne russe, la nevrastenia bipolare dell’opinione pubblica circa la violenza, e in special modo circa la violenza delle Forze dell’Ordine. Stracciando i vessilli politici, dando fuoco a passati militanti da una o dall’altra parte della barricata, il problema degli abusi di potere dovrebbe essere sempre tenuto al centro del mirino.

Come è labile il confine soggettivo tra violenza giustificata e violenza ingiustificata. Adesso che la vittima è un giornalista, uno che non c’entrava niente, tutti a strusciarsi gli occhi col bavero del giubbotto per asciugare le lacrime. Levata di scudi. Requiem di “perdonaci!”. Non ce ne voglia Stefano, non è una crociata nei suoi confronti, anzi, pensiamo che proprio lui possa avere la lucidità e i neuroni per capire il nostro ragionamento.

Ripensando a Cucchi, ad Aldrovandi, a Lonzi, a Uva, tutte storie dall’epilogo nero e confuso, il sentimento comune si frammenta. Schegge di stupidità fluttuano nell’etere. «Li avranno provocati», «Eh, ma era fuori di brutto quando l’han fermato». Non sono frasi da bar, sono state posizioni espresse anche da personaggi di un certo spessore. In sostanza, se a prendersi i calci nelle gengive è un personaggio totalmente estraneo a qualunque “fatto”, allora bisogna agire contro le violenze della Polizia. Altrimenti, “Raus!”, azionate i manganelli e sfondate gengive.

Eh no. Gli abusi di potere, il fottuto paradosso del “Chi controlla il controllore?” non è tollerabile. Mai. Non è ammissibile che un giornalista, o un eroinomane, vengano lasciati esanimi a terra, sanguinanti, coi denti rotti. E quindi?

E quindi niente, signori e signore, facciamoci due domande.