Ricorda molto la condizione degli operai durante la rivoluzione industriale o, addirittura, le cellette delle api la soluzione abitativa di PodShare, fondata da Elvina Beck e da suo padre nel 2012, ovvero l’ultima frontiera della “gig economy” domestica. Siamo negli Stati Uniti e la soluzione prevede la condivisione con decine di persone di una specie di camere da letto – in realtà si tratta di poco più che una branda – e due docce. I suoi creatori precisano che si tratta di «un’intersezione tra privacy e socialità» o, addirittura, di uno strumento per combattere la «solitudine globale» -come se la solitudine fosse un problema di lontananza di corpi.

Il prezzo è 50 dollari a notte, quindi molto poco se paragonato agli inflazionatissimi prezzi delle grandi città, ma non certo in senso assoluto. A quel costo si ottiene infatti il minimo indispensabile per la sussistenza e per rimanere connessi via internet. Ciascun utente viene valutato preventivamente e recensito al termine del suo soggiorno, il che fa molto Black Mirror. Non si possono portare ospiti, la luce si spegne alle ore 22 e il sesso è proibito. Un po’ come le api che, citando Virgilio, «non si abbandonano all’amore, non si infiacchiscono nei piaceri e non conoscono né l’unione dei sessi, né i dolorosi sforzi del parto». Ma non importa perché: «la vita Pod è il futuro dei single che non stanno cercando di sistemarsi, ma che si concentrano sulle loro startup e fanno nuove esperienze».

Senza dubbio il lavoro nobilita l’uomo. Dante paragona le anime degli angeli alle api, di cui loda il lavorio: «sì come schiera d’api che s’infiora / una fiata e una si ritorna / là dove il suo laboro s’insapora». Ma questa trovata, sicuramente utile e interessante sotto alcuni aspetti, in quanto permette di usufruire delle comodità e delle opportunità lavorative delle grandi città, cela risvolti piuttosto negativi. Come l’alveare, infatti, pare una struttura votata quasi soltanto all’efficienza, al lavoro perpetuo, alla produttività esasperata. Ma se le api lo fanno per istinto di sopravvivenza, per vera necessità, siamo sicuri che questa soluzione sia la migliore per l’uomo? Lavorare o studiare nelle grandi città vale la rinuncia alla riservatezza, allo spazio e a quei momenti di solitudine di cui sembra non sappiamo più godere?

Talvolta è davvero una necessità l’accettare compromessi simili, altre volte è un’imposizione che vogliamo convincerci non essere tale. Si tratta di una tensione assolutizzante verso ciò che è grande, caotico, plurale e omogeneo insieme, e che fa passare in secondo piano la sfera ormai frantumata dell’io, quella che le storie di Instagram non possono raccontare. Forse quando le metropoli “scoppieranno” perché sovrappopolate, quando gli Stati porranno in essere, nel loro interesse, efficaci politiche di ritorno alle campagne e ai piccoli e medi centri abitati (cosa che peraltro sta già in parte avvenendo), quando il lavoro senza fine e senza fini sarà portato al punto tale da rivelarne l’insostenibilità, forse allora si potrà fare un passo indietro – che sarebbe in realtà un passo avanti – nella corsa frenetica del lavoro per il lavoro.

Seguendo quindi, per concludere, il paragone con le api: davvero sono come i fiori per le api i nostri chapliniani tempi lavorativi moderni da cui traiamo nutrimento? Davvero è dolce miele il risultato di questo nostro volo perpetuo verso il “di più”? Dovremmo forse svestirci delle ali da operai e, almeno per qualche istante, scegliere fiori, spazi e silenzi senza pensare di trarne profitto.