12 novembre 2003, un plotone di terroristi si fa esplodere davanti alla base italiana dei carabinieri a Nassirya, Iraq. 28 morti. Qualche anno fa Pietro Sini, ex carabiniere sopravvissuto alla strage, nonché decorato di medaglia d’oro al valor militare da Giorgio Napolitano, decide di riconsegnare la benemerenza direttamente a Roma: lo Stato non gli riconosce l’aggravamento della sua invalidità, ferma al 25%. Il gesto, simbolico e coraggioso, non ha avuto conseguenze fino a qualche giorno fa. A Pietro viene recapitata una lettera, firmata dal Viminale, secondo la quale deve pagare allo Stato circa 1500 euro, cioè il valore del conio della medaglia da lui rifiutata.

In un video pubblicato sui social, Pietro è visibilmente infastidito, contrariato, deluso da un’Italia che sta voltando le spalle a un eroe di guerra. Il video è molto interessante perché l’ex carabiniere non le manda a dire né al Comandante dell’Arma, Giovanni Nistri, né al Ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Il primo viene citato poiché, a quanto pare, non ha preso le difese dell’ex carabiniere. Per quanto riguarda il ministro Salvini, Sini si esprime in maniera decisamente aggressiva, denunciando la strumentalizzazione delle forze dell’ordine da parte del Capitano.

Se quest’ultimo non darà segni di vita in merito alla vicenda, come possiamo contraddire Pietro? Di fronte a questa situazione, l’impianto propagandistico salviniano, incentrato sul tema della sicurezza, per cui le forze dell’ordine hanno necessariamente un ruolo primario, appare veramente ipocrita. Si tratterebbe dell’occasione giusta per questo governo di dimostrare vicinanza e rispetto a chi ha rappresentato egregiamente l’Italia nel mondo, a chi ha difeso la nostra sicurezza e ha combattuto un nemico infame e spietato. E invece no, nell’Italia del decreto sicurezza bis, un militare deve essere preso in giro e beffato proprio da chi sulle forze dell’ordine monta post Facebook, dirette Instagram e tweet solidali.

Tale vicenda dimostra quanto Salvini marci sulle onde virtuali e poco su quelle reali: basti pensare che giunti alla quasi totale verità riguardo le responsabilità dell’Arma, Salvini non è stato ancora capace di allacciare anche solo un rapporto di minimo rispetto con la famiglia Cucchi. Tutto ciò perché la macchina della propaganda non può permettere a Salvini di esporsi pubblicamente contro l’Arma dei Carabinieri: la sua figura di paladino della sicurezza verrebbe meno. Allo stesso tempo, è possibile sputare sulle eroiche gesta di un ex militare della Repubblica Italiana, magari sotto traccia, silenziosamente e fuori dalla giungla dei social network. Da una parte l’incondizionato sostegno alle Forze dell’ordine nega a Salvini un potenziale avvicinamento ai Cucchi e, non a caso, parliamo di una questione da prima pagina ormai da anni; dall’altra predomina il totale disinteresse verso un militare decorato, nel quadro di una notizia che ha avuto pochissima eco: l’era dei social porta anche a contraddizioni del genere.

Oltretutto questa situazione paradossale rende l’idea di quanto scarto ci sia tra mondo reale e mondo virtuale e di come la Lega sia uno specchio per le allodole per i “sovranari”. Se infatti sullo schermo è facile leggere “Prima gli italiani”, per strada invece, e per le vie d’Italia, può capitare che ti venga recapitata una lettera del Ministro degli Interni, secondo la quale dovrai pagare un “risarcimento”, e che, in caso contrario, verrai liquidato come moroso nonostante tu abbia salvato vite in una strage.

Non preservare la memoria e non avere rispetto per questi ex militari equivale a tradire lo Stato. È veramente intollerabile che un organo come il Ministero degli Interni abbia avuto la faccia tosta e il coraggio di recapitare un messaggio tanto ignobile a un proprio cittadino. Ciò fa ancora più male se pensiamo che gli esecutori siano considerati sovranisti: non può esserci sovranità senza un doveroso rispetto verso il passato e i caduti della propria nazione.