«Dopo quasi settant’anni di incomprensioni e conflitti, i rapporti tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese hanno avuto una svolta profonda». Così il 22 settembre 2018 commentava la notizia dell’avvenuto accordo, l’Agenzia di informazione religiosa SIR, tra il Vaticano e il governo di Pechino sulla avvenuta pacificazione tra la Chiesa cattolica ufficiale in clandestinità e la Chiesa patriottica cinese, ufficialmente riconosciuta.

Ma la verità è ben altra, come testimoniano le distruzioni dei santuari mariani di Dongergou e di Anlong, riferite da AsiaNews, ad appena un mese dalla firma dell’Accordo ed il processo di demolizione di edifici sacri che perdura nonostante le trionfanti dichiarazioni, da ambo le parti, che parlano di “storica riconciliazione”. Il primo a profetizzare ciò che sarebbe accaduto è stato il cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, vescovo emerito di Hong Kong, che lo scorso autunno aveva avvertito: «L’accordo del Vaticano, siglato in nome dell’unificazione della Chiesa in Cina, significa l’annientamento della vera Chiesa in Cina».

Pechino non ha alcun interesse a regolarizzare ciò che potrebbe rappresentare un vero “cavallo di Troia” che il regime rischierebbe di ritrovarsi nel cortile di casa. Ne sanno qualcosa i buddisti tibetani che, dal 1959, vivono in esilio a Dharamsala, nell’India settentrionale, costretti a fuggire via dal Tibet dinanzi all’occupazione dell’esercito popolare che dichiarò illegale il governo tibetano.

Il governo di Pechino, da allora, distrusse i circa seimila monasteri della regione ed insediò nella regione una grande quantità di cinesi, facendoli trasferire da altre regioni, al fine di destrutturare la tradizione e la cultura tibetana intessuta di spiritualità buddista. Da allora vige per i buddisti la persecuzione più feroce.

Stessa sorte è costretta a vivere la popolazione musulmana degli uighuri; secondo The Guardian decine di moschee sono state demolite o parzialmente distrutte dal 2016, tanto da far attivare l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, per bocca del Ministro degli Esteri turco, il quale ha dichiarato che la Cina dovrebbe garantire la necessaria libertà religiosa agli uighuri, così come agli altri musulmani.

L’informazione, così come i governi delle nazioni sedicenti “liberali”, troppo spesso preferiscono omettere, tacere nella sconsiderata conseguenza di rendersi complici di un governo, di cui si sente parlare spesso quando si tratta di discutere di dazi o di prospettare ipotetiche quanto affascinanti “vie della Seta”, e pochissimo, invece, quando si tratta di ragionare sulla negazione della libertà religiosa che viene barbaramente attuata.

Due giorni fa Il Fatto Quotidiano (pag. 11) titolava «Un’Italia senza Dio: il 7% di credenti in meno in 5 anni » e, allora, improvvisamente sorge un dubbio che diviene dopo pochi attimi indizio. Lo spaccato che ne viene fuori, infatti, è di una religiosità in profonda agonia, cartina di tornasole di un’intera Europa, di un intero occidente. E allora probabilmente si comprende perché la società liberale appaia sempre più distante da problematiche come quelle cinesi.

La libertà religiosa in Cina non offusca i sonni “sazi e disperati”  di un occidente troppo affaccendato in rialzi di spread, crolli di borse e percentuali di Pil; ecco allora che la Cina ha la capacità e forse la missione profetica di farci capire chi siamo oggi, cosa siamo diventati.