Sveglia alle 06:00. È sabato, con Federico abbiamo dormito sei ore in due giorni, ma siamo carichi. Alle 7 usciamo di casa, zona Montreuil. Sappiamo che molte stazioni della metro sono chiuse preventivamente. Ci aspetta una lunga camminata da Richelieu-Drouet a Place de la Concord. Il freddo ci taglia in due, entriamo in un bar un attimo. In televisione, passano le immagini dei dispiegamenti della Gendarmerie nelle strade parigine. È da una settimana che volevamo vedere i blindati dal vivo, ora siamo vicini. Passiamo diversi posti di blocco e arriviamo sugli Champs Élysées. Il numero delle forze dell’ordine è impressionante: 8000 unità dispiegate in tutta la città sono molte, soprattutto quando le vedi dal vivo. Dei gilets jaunes appena una traccia. Ne intervistiamo qualcuno, parliamo con qualche collega e iniziamo a capire quello che avevamo letto negli scorsi giorni: la protesta, almeno inizialmente, non ha un fulcro definito, ma più avamposti, diversi a seconda dell’occasione.

Inizia la caccia. Dagli Champs ci muoviamo verso Place de l’Opéra perché ci è stato detto che alle 10 vi sarà un primo consistente ressemblement. Effettivamente una parte dei manifestanti si è radunata lì. Iniziano i cori e quando centinaia di persone intonano la Marsigliese, un po’ il cuore ti si stringe. Presto la polizia circonda la piazza. Uomini, mezzi, cavalli, manca solo l’artiglieria pesante. Ma non ce n’è bisogno perché i manifestanti sono pacifici. Esprimono il loro dissenso, verso il governo nazionale e il sistema europeo, con una rosa bianca in mano e il tricolore della loro patria in cima alla scalinata dell’Opéra. È un qualcosa di attraente esteticamente, prima che socialmente. Dopo più di un’ora si muovono. Il presidio si fa corteo nel tentativo di arrivare assieme in un altro luogo della protesta, magari congiungendosi ad altri gruppi. Ci sono momenti di tensione con il cordone che non intende farli passare e che li ributta sulla piazza.

È arrivato il momento di muoverci nuovamente verso gli Champs Élysées perché abbiamo sentito, anche grazie alla costante collaborazione della redazione dall’Italia, che lì si stanno raggruppando diversi gilet e la tensione sta salendo. Il percorso per arrivare sul posto e molto più lungo del previsto, dato che diverse strade sono chiuse a tutti, solo i residenti possono accedervi. L’impressione è che il dispiegamento designato dal governo sia del tutto eccessivo. Dopo una lunga trafila, siamo sul posto. Gli Champs sono attraversati da flussi di manifestanti, che li percorrono su e giù senza una logica precisa. Ne intervistiamo qualcuno. Alcuni elementi già appurati vengono ribaditi, altri aggiunti, altri ancora negati. La dimostrazione che i gilet gialli sono un movimento eterogeneo, sta anche in queste testimonianze.

Decidiamo di fermarci a mangiare qualcosa. Nemmeno il tempo di finire il panino e percepiamo dei movimenti in strada. Rumori, urla, fumo: ci precipitiamo. Il freddo è ancora più tagliente, soprattutto dopo essersi riscaldati un po’, ma siamo di fronte al primo vero momento di tensione da stamattina. I manifestanti, adesso compatti, vogliono sfondare in una stradina degli Champs. Volano degli oggetti, ma la polizia risponde immediatamente. Stramaledetti lacrimogeni, proiettili di gomma e poi “caricano, caricano“. Una, due, tre volte. Noi siamo in diretta, al meglio delle nostre possibilità, in prima linea: ci intossichiamo parecchio, rischiamo di essere colpiti da qualche diavoleria, ma restiamo lucidi e continuiamo a monitorare la situazione, che intanto si sposta all’interno dei Campi Elisi.

Lorenzo Pennacchi: Altre piccole cariche, anticipate dalla solita routine, per spingere i manifestanti verso l’Arc du Triomphe. Intanto i nostri mezzi ci abbandonano, dobbiamo fermarci a ricaricarli. Non vedremo più i gilet gialli, ma parleremo con qualche ragazzo che ha passato la giornata come noi: in strada a testimoniare una protesta popolare che, in un modo o nell’altro, ci colpisce tutti. Il ritorno a Montreuil è un calvario sotto la pioggia battente, ma lo spaccato di Francia profonda che abbiamo visto da vicino, ci fa pensare che ne sia valsa la pena. Ci sarà tempo in questi giorni per fare analisi complesse, presentare altri contributi come interviste e qualche previsione su dove i gilet jaunes potranno arrivare. Questo vuole solo essere lo spaccato di due ragazzi che hanno deciso di partire giovedì sera e ancora non sanno come tornare a casa: perché il giornalismo ha sì bisogno di certezze, ma anche di grande passione.