Sollazzando un interesse deperito e sconfortato tra le pagine di giornali ormai in continuo deterioramento intellettuale, rigorosamente pronti ad affrancarsi su ogni carcassa che viene gettata loro in vesti più o meno grottesche, è possibile imbattersi nelle parole del deputato PD Matteo Orfini che, durante la trasmissione Cartabianca, ha voluto dire la sua sull’operato del ministro dell’Interno ancora in carica Marco Minniti:

«Alcune scelte di governo hanno favorito sfondamento a destra. Se andiamo in tv a dire che immigrazione è un pericolo si fa assist a Salvini. Lettura su immigrazione data da nostro governo ha sdoganato lettura di destra del fenomeno.»

Tralasciando il vulnus di una litania piddina in piena décadence, sia strutturale che di credibilità, tanto da riconsiderare le politiche sull’immigrazione di un ministro dell’Interno difeso a spada tratta fino a pochi mesi addietro, è possibile delineare la scarna e deprimente retorica politica di un partito ormai interessato a parlare di tutto tranne che della propria, inevitabile ed evidente, scomparsa. Oltretutto, le parole usate da Matteo Orfini si inseriscono in un contesto di partito eufemisticamente destabilizzato, increspato dalle rotture delle diverse correnti interne che hanno smesso da tempo di costruire una sinistra sana e competitiva a livello nazionale, per lasciare spazio ad un costrutto macchinico deciso, almeno in questo, a ghigliottinare definitivamente ogni speranza di vedere rinascere una sinistra, se non unita, quantomeno efficace sia sulle proposte che sulle politiche sociali. Perché, infatti, come si può definire un partito di sinistra che in un momento storico chiave nella politica italiana non ragiona per il futuro del popolo ma per quello della propria immagine?

Le parole di Matteo Orfini, d’altronde, non possono che lasciare sconfortati gli occhi del lettore, che si vede rifilare una spiegazione futile e deficitaria riguardo ad una comprovata sconfitta elettorale a vantaggio dei partiti di “destra”: definire la classe politica destrorsa come rafforzata e rincuorata dalle apparizioni televisive di Marco Minniti non è solamente un affronto al lavoro di un ministro che seriamente e con idee chiare ha cercato di migliorare la situazione irrisoria di un partito di governo che ha destabilizzato la situazione immigrazione in Italia; ma soprattutto pone un quesito su quanto il deputato del Partito Democratico riesca a comprendere che la “destra”, così definita, è una forza politica come le altre, che ha fatto la sua campagna elettorale ed è riuscita dove il suo partito ha fallito miseramente: proporre agli italiani un’alternativa che potesse essere ritenuta valida.

Tuttavia, non è nemmeno questo che risuona con maggiore veemenza nello scuotersi dello scudiscio impugnato da Matteo Orfini pochi giorni orsono. Con le sue parole, difatti, il deputato è riuscito a confermare l’atteggiamento comune alla sinistra odierna, la quale si è creduta così moralmente superiore, così comodamente adagiata nel suo salotto da seconda Repubblica, conseguentemente incapace di riconoscere le proprie sconfitte con la coscienza e responsabilità che deficitano nell’ampollosità scolaresca e dozzinale ripetuta giorno dopo giorno su qualsiasi rete o carta stampata esistente in questo paese. Se non esiste un vaccino a questo populismo rovesciato, almeno non tra la classe politica di sinistra attuale, bisognerà invece ricominciare a dire di no, a rendersi conto delle persone che ci rappresentano e che ci hanno rappresentato: all’atavica distrazione di un partito sarà necessario far corrispondere la presa di coscienza di un popolo a cui è stato lasciato un osso troppo rinsecchito per essere condiviso ed a cui è stata raccontata una favola troppo vecchia per meritarsi di essere ancora raccontata.