È la mattina del 9 aprile, Anno Domini 2018 e le “campane” dei filo-europeisti suonano ancora a morto. In Ungheria, il premier uscente Viktor Orban, sfiorando il 50% dei consensi, si riconferma per la terza volta consecutiva alla guida del Paese. E pensare che, nei giorni precedenti alle elezioni, molti opinionisti internazionali avevano auspicato un cambiamento radicale, appigliandosi disperatamente alle proiezioni, che prevedevano una maggiore affluenza rispetto alle votazioni del 2014. Logicamente, secondo questi volponi, ciò sarebbe stato sintomatico di una ribellione del popolo illuminato, stanco del maligno Premier, che osa, udite udite, difendere l’identità e la sovranità nazionale – cosa intollerabile di questi tempi –. Anche il capolista dei socialisti, Karacsony, in un’intervista durante la giornata di voto aveva affermato che: “l’alta affluenza è una critica pesante al regime”. Per concludere la lista dei pareri “autorevoli”, ascoltati in Occidente in questi giorni, meritano di essere citate le dichiarazioni, passate sui radiogiornali, di non meglio precisati “giovani ungheresi” fermati in strada, che auspicavano la fine del governo targato Orban, in nome della democrazia. Il boom di partecipazione, come da pronostico c’è stato – si è recato ai seggi il 70% degli aventi diritto, circa il 10% in più del 2014 -, ma ha portato ad un incremento di voti a favore del Fidesz. Secondo classificato con il 19%, sempre per la gioia dei “profeti del cambiamento”, è risultato il partito nazionalista Jobbik. Quasi non pervenuta la coalizione formata da verdi e socialisti, che si sono fermati al 12% delle preferenze. Puntualmente, quando il volere popolare non collima con quello di Bruxelles, gli osservatori dell’Ocse si sono sbrigati a evidenziare la mancanza di competizione equa durante lo svolgimento della campagna elettorale – cosa che, al massimo, andava denunciata prima dei risultati elettorali, non dopo a mo’ di lacrime di coccodrillo –.

Analizzando i risultati delle urne, si può constatare come il Fidesz abbia raccolto i maggiori consensi nelle aree periferiche dello Stato, dimostrando che l’Ungheria “profonda” è tutta dalla parte del confermato Premier. A Budapest, al contrario, sono stati i patiti di opposizione ad ottenere la maggioranza. Oltre a ciò, vale la pena sottolineare come la percentuale record raggiunta dalla coalizione di Orban, che ha ottenuto 133 su 199 seggi, consentirà a quest’ultimo di avere una maggioranza superiore ai due terzi, necessaria per poter modificare la Carta costituzionale. Una vittoria su tutti i fronti, dunque.

Non appena la vittoria è risultata sicura, Orban ha rilasciato brevi ma significative dichiarazioni. Ha affermato che con questo voto ha prevalso la volontà popolare di difendere l’Ungheria dagli interessi stranieri. Questo trionfo, tra l’altro, permette di rinsaldare le file del Gruppo di Visegrad. Il fronte sovranista, alternativo all’Unione Europea e in pieno contrasto con essa, anzitutto sulle politiche identitarie e sulla gestione della crisi migratoria, potrà continuare ad avere in Budapest uno dei principali riferimenti. La fiammella della speranza per un’Europa dei popoli, opposta a quella dei tecnocrati, può, pertanto, continuare a risplendere ad est, con buona pace dei detrattori.