Per la prima volta un pubblico ufficiale dichiara che la morte di Stefano Cucchi non fu accidentaleFrancesco Tedesco testimonia di aver visto i colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele d’Alessandro brutalizzare l’inerme Cucchi con calci, pugni e spinte, ferendolo gravemente. Oltre ai responsabili delle inaudite violenze fisiche, vi è una lista di persone la cui omertà ha contribuito decisamente alla dipartita del geometra romano. Su tutti Roberto Mandolini, maresciallo, che secondo Tedesco ordinò di modificare le annotazioni dei sottoposti di quella maledetta nottata poiché “non andavano bene”. I nomi dei responsabili, diretti e indiretti, di questa vicenda, sono inevitabilmente numerosi, poiché come sostenuto da Ilaria Cucchi, per sei giorni Stefano è passato sotto gli occhi di circa centocinquanta pubblici ufficiali che, in un modo o nell’altro, hanno avuto un ruolo nella sua morte. Andando oltre le novità relative al fatto di cronaca, che speriamo si concluda in tempi brevi con giustizia fatta, sarebbe opportuno affrontare in maniera critica i fatti superando quella discussione da bar che, volente o nolente, ha logorato il dibattito sugli eventi per cui o si è per Cucchi o si è per le forze armate.

Il primo pensiero va a queste ultime. “Senza formazione culturale e politica, un militare non è che un potenziale criminale.” Così si esprimeva il rivoluzionario africano Thomas Sankara. Come dargli torto? Il primo elemento da considerare è il profilo psicologico e il contesto sociale in cui si muove chi è tenuto a difenderci: le violenze perpetrate al Cucchi non sono aghi in un pagliaio, sono figlie di un problema molto più grande che riguarda l’educazione di chi viene rivestito di pubblico ufficio, divisa e gradi. Non basta un ottimo portamento fisico per essere un bravo soldato, chi serve la nazione deve essere conscio della propria responsabilità, anche se parliamo dell’ultimo grado gerarchico. La scusa per cui solo una piccolissima parte delle forze armate commetta abusi non può e non deve reggere più. Le forze dell’ordine devono essere l’orgoglio della nazione e dalla vicenda Cucchi, alla vicenda Sandri, passando per Aldrovandi, è chiaro che qualcosa è andato storto. Gli esecutori materiali delle violenze sono solo la punta dell’iceberg di un sistema basato, tra le altre cose, su una ripugnante rivisitazione del concetto di “cameratismo” che porta all’omertà più vergognosa che esista.

Al di fuori delle caserme e della città giudiziaria, la storia di Cucchi è arrivata alla politica e inevitabilmente alla discussione nazionalpopolare. Come spesso accade, chi dovrebbe fare della politica un mestiere, fa l’esatto contrario, rendendola una sorta di partita di calcio per cui bisogna scegliere quale squadra tifare. E’ obbligatorio citare l’irriducibile Carlo Giovanardi per cui Cucchi è morto a causa di anoressia e tossicodipendenza e, perchè no, era pure sieropositivo. “Non credo agli asini che volano”. Questa la sua risposta quando gli è stato chiesto se Cucchi fosse morto per le fratture riportare da recluso. Il mondo della destra conservatrice ci ha deliziato anche con Ignazio La Russa che ha sostenuto di difendere sempre l’Arma come istituzione senza spendersi più di tanto. Dello stesso pensiero Matteo Salvini, che nonostante un piccolo riavvicinamento con la famiglia, proprio non riesce a sdoganare quel particolare binomio destra conservatrice/forze armate, come se un uomo di destra non potesse esprimersi vigorosamente contro l’operato delle forze dell’ordine senza offenderne il blasone.

Soffermandoci sulla figura di Stefano Cucchi, bisogna anche prendere le distanze dall’opinione pubblica buonista che lo dipinge come eroe o martire. La forza della figura di Cucchi risiede nell’universalità della sua persona, poiché egli era un ragazzo come tanti, con dei grandi difetti, come tutti. Astenersi ciarlatani sinistroidi, militanti peace and love o simili, e la totalità di quel centrodestra mummificato che sa tanto di Antico Regime. Tutti pronti a mistificare il Cucchi per la propria squallida propaganda.

Un circo irrispettoso per una vicenda che come mai impone di non sbraitare come cani isterici di fronte ai fatti senza sapere. Una storia che obbliga a fermarsi e riflettere prima di sparare inutili giudizi e scriteriate illazioni, perché proprio a causa di queste Stefano Cucchi è stato ammazzato.