Lo scrittore del Kentucky Wendel Berry, profeta dell’America rurale, ci ricorda in un suo saggio che “Mangiare è un atto agricolo”, sin dalla più tenera età. Ciononostante – incamerando i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – l’obesità infantile dovuta ad un’errata educazione alimentare ed al consumo di cibi troppo zuccherati, durante e dopo lo svezzamento del neonato, sono pratiche che di agricolo conservano ben poco, costituendosi piuttosto quali vere e proprie minacce alla salute pubblica. Il problema, che fino a qualche decade fa sembrava confinato nella madrepatria stelle e strisce delle multinazionali fast food, degli alimenti ciclopicamente processati e delle bibite zuccherate, sembra aver attraversato l’Atlantico ed essersi rovesciato come una grossa onda sul vecchio continente, a tal punto che un bambino europeo ogni tre è affetto da problemi di obesità, con i paesi della cintura mediterranea – i famigerati PIGS – a fare da motrice.

Le parole dell’ungherese Zsuzsanna Jakab – direttrice dell’ufficio per l’Europa dell’OMS – sulla necessità di una buona alimentazione del neonato nella prima infanzia e l’inderogabile allattamento al seno materno nei primi sei mesi di vita fanno il paio con i profili nutritivi modello – diffusi dall’Organizzazione – da seguire fino al terzo anno di età del bambino, insieme all’individuazione degli alimenti complementari non idonei per via dei loro contenuti, che in troppi casi esaminati contengono i micidiali zuccheri liberi. Micidiali perché non si tratta degli zuccheri presenti naturalmente negli alimenti quali frutta, latte o verdura, ma di aggiunte e trattamenti industriali che non risparmiano nessun cibo commercializzato, sommandosi con lo zucchero naturale e rendendo così impossibile stabilirne la quantità reale leggendo l’etichetta del prodotto. La preminenza della cultura del ricavo su quella del mangiar sano fa sì che la vorace commercializzazione di cibi alterati e arricchiti di zuccheri abbia sfondato il parapetto della delicata alimentazione per neonati, andando ad influenzare in maniera drastica le scelte genitoriali e la salute ventura del bambino.

Anche i ricercatori della nostra eccellenza ospedaliera pediatrica del Bambino Gesù di Roma hanno messo in guardia da questa deriva alimentare con un loro studio, evidenziando come il consumo di una quantità eccessiva di zuccheri aggiunti nei primi anni di vita di un bambino favorisca l’insorgenza – oltre che di problemi di obesità, malattie cardiovascolari e carie dentali – di disturbi epatici, tali da favorire il diabete. Senza tralasciare poi gli squilibri ormonali e metabolici che hanno ormai raggiunto la portata di un’epidemia, soprattutto se paragonati alla seconda metà del secolo scorso, quando l’obesità in Europa era un problema pressoché inesistente quanto quello delle allergie e delle intolleranze alimentari. Cosa sarà mai accaduto? La liberalizzazione dissennata dell’industria agroalimentare – che in neolingua politicamente corretta si chiama libera concorrenza – ha spianato il terreno alle grosse multinazionali alimentari, il cui unico venale scopo è stato quello di cannibalizzare i piccoli produttori e sottomettere la cultura alimentare europea al proprio profitto, convertendo l’agraria da scienza della coltivazione della terra a branca di marketing.

I ritmi serrati della nuova civiltà del lavoro, il culto della delega e il sempre più frammentato tempo trascorso in famiglia hanno poi fatto da combustibile allo scoppio di malsane abitudini alimentari, le quali hanno rappresentato il naturale core business degli stessi oligopoli alimentari che si divertono a zuccherare pappette e biscotti per neonati, celando dietro l’innocua azione di voler dare più gusto una baliosa voglia di diventare influencer dell’alimentazione. Sacrificare la crescita sana dell’individuo sull’altare di una cedola bancaria non è poi azione così moralmente ripugnante se lo stesso oligopolio detiene anche l’antidoto all’obesità e ai problemi di salute, che – nemmeno a farlo apposta – attecchiscono di più le fasce di popolazione meno istruite e meno abbienti, bersagli più facili da colpire con pubblicità e cibo spazzatura. L’El Dorado del mondo bio rappresenta invece l’alternativa e la salvezza, la saggezza e la sostenibilità, a prezzi lievitati come le mucche antibiotiche del Nebraska ed accessibili a chi il tempo – solitamente – non lo trascorre in coda alle casse di un discount o davanti la tv, ma piuttosto a disquisire con il proprio nutrizionista.

L’incapacità, o ancor peggio, la mancanza di voglia di prepararsi un piatto di riso per farselo portare freddo da un rider è l’evoluzione di chi non si adopera a sbucciare la frutta per la pappa del suo neonato. La moltiplicazione all’infinito sugli scaffali di cibi già tagliati, trattati, modificati e pronti al consumo sono la prova del cuoco che quello che ci spacciano per gusto è sostanzialmente un nocivo marketing edulcorato.