Le immagini che ci giungono dal cuore dell’Europa, da quell’isola, l’Île de la Cité, crocevia di storia e cultura, fanno accapponare la pelle. L’incendio di Notre Dame assurgerà, sicuramente, a momento topico della storia occidentale. Non crediamo di esagerare affermando che tra trent’anni quest’evento potrà dare il là a un rimaneggiamento della periodizzazione storica: con il collasso della guglia bonapartista del 1860 e gli incalcolabili danni inflitti a tutta la struttura, crolla uno dei simboli più distintivi della cultura europea, o almeno, di quella che conta.

L’Ecclesia Cathedralis Nostrae Dominae non è una semplice basilica cristiana: centro nevralgico dell’intreccio tra potere laico ed ecclesiastico, ha poste le sue fondamenta sui resti di un tempio pagano dedicato a Giove e fatto edificare da Caio Giulio Cesare all’indomani della vittoria su Vercingetorige, scrigno preziosissimo di immense opere d’arte – ahinoi molte delle quali lignee – è stata fino ad oggi uno degli esempi più rappresentativi della nostra cultura.

Le sue perfette geometrie gotiche la resero scenario ideale per il simbolico e “generoso” suicidio di Dominique Venner, patriota francese ed europeo, che scelse di offrire, «quel che rimane della mia vita con un intento di protesta e di fondazione. Scelgo un luogo altamente simbolico, la cattedrale di Notre Dame de Paris che rispetto ed ammiro, che fu edificata dal genio dei miei antenati su dei luoghi di culto più antichi che richiamano le nostre origini immemoriali».

La sua maestosità fece da sfondo all’incoronazione di Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi e precursore, forse troppo affrettato, di un’Europa unita e libera dal gioco anglosassone. Tra le sue mura, alla presenza del pontefice romano si rinsaldò il legame tra lo stato, figlio degli eccessi rivoluzionari, e la tradizione ecclesiastica, sinonimo di antiche e mai sopite convergenze tra sacro e profano, tra umano e divino.

Notre Dame brucia e con lei l’idea di un’Europa dei popoli. Notre Dame va a fuoco insieme all’Occidente, insieme ai nostri numi tutelari, ai nostri ancoraggi con il sacro.

Come una beffa, quest’incendio sembra suggellare la tristi parole che il papa emerito Benedetto XVI ha da poco scritto, parole che, oggi, non abbiamo la forza di smentire: “Nel nostro tempo è stato coniato il motto della «morte di Dio». Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano”.