Il Vangelo del politically correct, energicamente strombazzato da politici e mass media vari, ci vuole idealmente impegnati contro le discriminazioni delle minoranze, il fanatismo fondamentalista, la violenza sulle donne, la povertà eccetera, eccetera, eccetera. E non ci sarebbe niente di male in tutto questo, se non fosse per il fatto che tutte le discriminazioni sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre. Non si spiegherebbe altrimenti come sia possibile che le persecuzioni contro i cristiani nel mondo, uno ogni 12 secondi stando a quanto riporta l’associazione nazionale Porte aperte nel suo rapporto annuale, catturino così poco l’interesse dei media. Serviva un caso eclatante come quello di Asia Bibi per puntare (a malapena) i riflettori sul fanatismo islamico pakistano, eppure la sua storia ha avuto inizio ben 9 anni fa, nel silenzio assordante dell’Occidente.

Asia è una delle tante braccianti a giornata del Punjab. Esclusa e mal vista per la sua fede cristiana, commette l’errore di bere dallo stesso recipiente delle donne musulmane che lavorano con lei. Ne nasce un diverbio. Pochi giorni dopo l’accusa (infondata) di blasfemia contro il Profeta – legge spesso e volentieri abusata per risolvere contese personali – e l’arresto. Nel 2010 arriva la prima sentenza: il giudice di Nankana Sahib, Naveed Igbal, condanna Asia alla più alta pena, quella capitale. La sua famiglia risponde con un ricorso all’Alta Corte di Lahore, che nel 2014 si esprime nuovamente a sfavore dell’imputata: la pena è confermata, salvo essere sospesa l’anno successivo. Nemmeno il sistema giudiziario pakistano poteva condannare a morte un’innocente, tuttavia, per scongiurare le ire della frangia più facinorosa e violenta dell’opinione pubblica islamista, l’ha di fatto abbandonata per dieci lunghi anni nella trappola mortale di una cella, priva delle minime condizioni igienico-sanitarie, dove Asia è stata maltrattata e abusata psicologicamente, né ha potuto fruire di cure mediche. La malcelata speranza era che potesse morire “per cause naturali” così da rendere superflua l’emanazione di un verdetto definitivo. Ma Asia non ha mollato, né ha ceduto alle insistenti pressioni perché si convertisse all’Islam; lo stesso hanno fatto tutti quelli che non hanno mai smesso di sostenerla: la sua famiglia, i suoi avvocati, ma anche figure istituzionali come il governatore musulmano del Punjab, Salman Taseer, e il ministro per le minoranze cattolico Shahbaz Bhatti, i quali hanno entrambi pagato al caro prezzo della vita il loro amore per la giustizia. Tutti sacrifici che, fino a pochi giorni fa, si credeva non fossero stati fatti invano, dal momento che il magistrato musulmano della Corte Suprema Mian Saqib Nasir aveva finalmente assolto Asia Bibi, commentando con queste parole la sentenza:

«Io, come anche gli altri magistrati del collegio giudicante, amo il profeta Maometto e sono pronto a sacrificare la mia vita per difendere il suo onore. Ma noi non siamo giudici solo per i musulmani. Come possiamo condannare a morte qualcuno senza avere le prove?». Ebbene, il pronunciamento non ha impedito ai gruppi radicali islamici e, in particolare, al partito Tehreek-e-Labbaik Pakistan (TLP) di manifestare nelle strade e di bloccare il traffico. Le linee telefoniche sono state sospese. Il clima è teso, tanto teso che il 2 novembre le diocesi hanno cancellato le messe in programma per la commemorazione dei defunti e nella provincia di Lahore si è deciso di tenere chiuse le scuole cattoliche. In risposta a tutto ciò il presidente pakistano Imran Khan, dopo un’iniziale presa di posizione forte in difesa dell’Alta Corte, ha ritrattato ed è sceso a patti con i fondamentalisti islamici, vietando ad Asia Bibi di lasciare il Paese, accettando una revisione della sentenza e liberando tutti i dimostranti che erano stati stati arrestati nei giorni precedenti. L’avvocato di Asia Saif-ul-Muluk, cui non è stata accordata alcuna protezione nonostante le numerose e continue minacce di morte, il 3 novembre ha dovuto riparare in Olanda per poter continuare a difendere la sua assistita; lo stesso giorno Ashiq Masih, marito di Asia, ha lanciato un appello a Trump, May e Trudeau per chiedere asilo politico per lei e la sua famiglia negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada, paesi dove la comunità pakistana è numerosa. Per quanto ancora l’occidente, così entusiasta quando si tratta di esportare “democrazia” e sancire alleanze economiche vantaggiose per i potenti, sceglierà di rimanere sordo di fronte ad una tale esplicita violazione dei diritti umani?