Bella la prospettiva di considerare Alitalia  “il vettore nazionale strategico per il destino del nostro paese”, come ha affermato la Ministra delle Infrastrutture e Trasporti Paola De Micheli. Bellissimo che Laura Castelli, Viceministra dell’Economia, dica che “Alitalia rientra nel tema degli asset nazionali da tutelare, bisogna ricostruire una regia nazionale”. Finalmente la Commissione europea si fa sentire e, tramite una portavoce, dichiara che “è pronta a lavorare con l’Italia, come con gli altri Stati membri dell’Ue, per discutere la possibilità di sostegni al settore dell’aviazione civile, incluse Alitalia ed altre compagnie aeree”. Tutto fantastico, se fossimo nel 2019. Purtroppo per noi, basta affacciarsi dalla finestra per sapere che siamo a marzo 2020 ed è in atto una pandemia globale causata da un nuovo Coronavirus che, fino ad oggi, ha mietuto più di 10.000 vittime in tutto il mondo, e 3.405 solo in Italia.

Nelle maglie del maxi-decreto Cura Italia, – sempre perché le vecchie abitudini sono dure a morire – il governo ha stanziato 500 milioni di euro per il trasporto aereo e, al terzo comma dell’articolo 76, prevede la costituzione di una nuova società, newco, interamente controllata dal Tesoro o da una società a prevalente partecipazione pubblica, anche indiretta. Notiamo con felicità che il nostro governo ha improvvisamente scoperto che è utile avere una compagnia di bandiera, ma sorgono spontanee due domande: è questo il momento storico giusto per utilizzare 500 milioni di euro per nazionalizzare Alitalia? E sopratutto, pur volendo farlo: qual è il piano industriale e quali sono le risorse per sostenerloPer rispondere alla prima domanda ci limitiamo a suggerire un semplice calcolo matematico: immaginiamo quante postazioni di terapia intensiva e sub-intensiva si potrebbero creare con quella cifra, o quanti ospedali, sopratutto nel Sud Italia, si potrebbero risistemare. Per rispondere alla seconda domanda, vi chiedo gentilmente di fare uno sforzo di immaginazione: siamo sicuri che quando questa crisi sanitaria finirà torneremo alle nostre vecchie abitudini? Siamo sicuri, limitandoci al campo dei trasporti civili, che viaggeremo con la facilità con cui eravamo soliti fare? Le compagnie aeree di tutto il mondo si stanno preparando al peggio. È chiaro a tutti che le più deboli soccomberanno, come  Flybe, una piccola compagnia aerea britannica che ha dichiarato fallimento il 5 marzo scorso. Le incertezze più grandi, come sottolineato dall’Economist, riguardano proprio i viaggi di lavoro e quelli di piacere. Una minor domanda influisce sul traffico aereo, che incide sugli aeroporti, i quali a loro volta avranno difficoltà a sostenere le rotte low cost, come scritto dal professore di Storia aeronautica Gregory Alegi. Come si potrà, con questo scenario all’orizzonte e nonostante l’importante investimento pianificato, garantire i posti di lavoro ai dipendenti di Alitalia? Nel frattempo, la sera del 19 marzo sono scaduti i termini di gara per cedere i tre lotti di Alitalia in vendita: volo, handling e manutenzione. Sono giunte all’attenzione del Commissario Giuseppe Leogrande otto proposte non vincolanti, tra cui quella del “signore dei call center” Alberto Tripi, proprietario di Almaviva. Tripi però avverteeffettuerà un’offerta d’acquisto solo se, a seguito della successiva valutazione, sarà convinto.

In sintesi: il fatto che il nostro governo sia venuto in soccorso del Paese, stanziando una manovra assimilabile ad una finanziaria per limitare, per quanto possibile, i disastrosi danni che l’epidemia sta procurando all’economia reale, e per tentare di arginare quelli che arriveranno nel prossimo futuro, è una notizia gradita, ma non del tutto rassicurante visto il futuro che ci aspetta.