Viene direttamente dall’Inghilterra di John Maynard Keynes, per l’esattezza dalla mente di Mark Carney, attuale governatore della Banca Centrale inglese, l’idea della creazione di una nuova moneta digitale mondiale che possa sottrarre l’economia globale all’egemonia incontrastata del dollaro e alla crescente influenza dello yuan cinese.

Riconosciuti come rischiosi e forieri di danni per qualsiasi Stato debba correre ad accumulare bigliettoni verdi come riserve monetarie, ad essi si va ad aggiungere un pericolo ancora solamente sulla carta (o sulle dichiarazioni di Zuckerberg): Libra. Non ancora lanciata, nei progetti di chi è già dominus del mezzo di comunicazione più rivoluzionario di inizio millennio, Libra si appresta ad essere la più grande valuta fiat privata mai realizzata su scala globale, sostenuta da un ampio parterre di multinazionali attive in moltissimi campi del terzo settore come servizi, potenzialmente in crescita. È una moneta senza il controllo di alcuna Banca Centrale, bensì sotto l’occhio vigile, rispondente a quale legislazione non è dato saperlo, di un organo privato situato a Ginevra, la Libra Association, la quale non è vincolata ad alcun obbligo di trasparenza, nemmeno verso la disciplina svizzera. Una sfida al sistema monetario sin ora conosciuto, indipendente. Un aggettivo che mai dovrebbe essere legato alla politica monetaria e che, anzi, dovrebbe far piuttosto rabbrividire le Banche Centrali stesse, alle quali potrebbe fare una impari concorrenza, dal momento che Libra alle spalle ha una schiera di fornitori di servizi tale da poter sostituire potenzialmente uno Stato, qualora i 28 partner attuali ne accogliessero di nuovi, senza dover passare per l’approvazione degli istituti di credito nazionali. Di questi nessuno ha ancora preso una posizione netta sull’accettabilità della moneta digitale made in Cupertino, ad esclusione di Donald Trump. La BCE, così come altre Banche centrali, infatti si è riservata per ora un diplomatico ruolo da semplice osservatrice del fenomeno.

Carney al contrario avrebbe chiesto al Fondo Monetario Internazionale di prevedere una revisione del sistema monetario internazionale, rimasto imperniato fin troppo sulla valuta americana da Bretton Woods in poi (1944), con una moneta elettronica globale dalla regolamentazione tutta da definire, ma gestita dalla rete di Banche centrali statali. È innegabile che questa proposta assomigli o semplicemente prenda spunto dal ben più famoso Bancor keynesiano, la valuta mondiale che doveva fungere da compensazione per gli squilibri (tra surplus e deficit) nei pagamenti tra stati, andando ad attenuare la tendenza all’accumulo di dollari e il crescente mercantilismo. Benchè non si tratti di una moneta elettronica il Bancor aveva in sé l’elemento più dirompente, per Keynes quasi scontato, del distacco da un controvalore in materiale prezioso, fatto che a livello ufficiale accadrà solo il 15 agosto 1971 con la dichiarazione della fine del gold standard. La novella moneta digitale globale proveniente dalla testa della Bank of England non sarebbe un’idea troppo malvagia, qualora seguisse quei precetti keynesiani e se solo fosse plasticamente realizzabile. Nemmeno Keynes dopo lo sconvolgimento totale della Seconda Guerra Mondiale (una rottura storica che avrebbe sicuramente potuto aprire a rivoluzionarie prospettive in termini di sistemi monetari) fu in grado di convincere chi sedeva ai tavoli di Bretton Woods a tentare l’avvio di una comune moneta di raccordo tra le nazioni. Invece, l’esempio pratico di unione monetaria tra Stati più vicino che abbiamo, il signor Euro, è di una rigidità talmente mostruosa e nefasta, a fronte di economie e politiche statali disomogenee, da risultare distante anni luce, anche solo teoricamente, dall’originale idea keynesiana. Vale la pena, tra l’altro, ricordare che già nel 2009, mentre il mondo arrancava per rialzarsi dall’onda anomala della crisi, il governatore della Banca Centrale cinese, non proprio l’ultimo stato sulla piazza per parametri economici, propose una nuova Bretton Woods per ridiscutere le dinamiche del sistema monetario internazionale e venne bellamente ignorato.

Ad oggi un simil-Bancor – la cui comparabilità tra i due è tutta da verificare – è purtroppo una prospettiva difficilmente immaginabile e realizzabile. Tanto vale prendere il primo libro di favole della buona notte a disposizione, aprirlo e fantasticare sulla nobile idea di una valuta internazionale che possa mettere d’accordo tutti i governi, dedollarizzare l’economia globale e distruggere l’Euro come modello sbagliato per eccellenza di una moneta comune – sempre che ne esista uno buono e giusto. Meglio a questo punto sfruttare quanto di buono ci offre la flessibilità, non quella concessa sul bilancio a suon di ricatti dalle istituzioni europee, bensì quella dei cambi flessibili (perdonate la ripetizione) per far sì che si possano avere le mani libere per spingere a livello di bilancio sulla spesa, cosa che in Eurozona al momento ci possiamo scordare.