Esiste un metodo infallibile per orientarsi nelle “mortifere paludi” dell’informazione italiana. La logica che vogliamo introdurre si basa su un unico quanto impeccabile criterio: quando leggete la parola “disobbedienza” e quella “civile” l’una accanto all’altra, chiudete tutto. D’altronde, non è necessario idolatrare la filosofia di Thoreau per difenderla da chi se ne serve strumentalmente e a casaccio pur di non mettere in discussione i propri totem. Ci riferiamo a quel sottobosco italico popolato da creature fiabesche, metà chic e metà fricchettone, che amano la “legalità” a corrente alterna e incitano alla “disobbedienza” quando si tratta di cause ad alto potenziale simbolico spendibili ai fini della propria retorica moralizzatrice. Ebbene, questi centauri moderni, che sintetizzano in un solo essere l’antica fenomenologia del rasta e il moderno spirito degli infusi di the matcha, meriterebbero di dirigere la Treccani data la gigantesca opera semantica che hanno compiuto, cioè svuotare un concetto del proprio significato attribuendogliene un altro totalmente aleatorio e strumentale. È così che “disobbedienza civile” è diventato sinonimo di “violare le leggi di uno stato di diritto in nome di un’ideologia che piace a quelli che piacciono”.

La cronaca degli ultimi giorni ci offre l’esempio concreto a conferma della regola sopra enunciata. Stiamo parlando del “modello Riace”, messo in piedi negli anni dal sindaco del piccolo comune calabrese,          l’ormai celebre Mimmo (o Mimì, per gli affezionati) Lucano, la cui immagine immodestamente umile di genuino sprovveduto rappresenta, neanche a farlo apposta, l’archetipo perfetto di colui che “merita di essere insindacabilmente ammirato”. Insomma, i presupposti per l’offensiva mediatica a difesa del novello Gandhi c’erano tutti: sguardo languido e inconsapevole di chi vuole solo fare del bene ed è troppo ingenuo per curarsi dei cattivoni che potrebbero ostacolarlo; moglie con una tragica storia alle spalle giunta in Italia su un “barcone”; scarsa conoscenza della lingua italiana, ciliegina sulla torta per la costruzione del “bonaccione” perfetto, metà Robin Hood metà Antigone (naturalmente!).

Solo tre anni fa Mimmo Lucano figurava tra le “50 persone più influenti del mondo” nella nota classifica stilata dalla rivista statunitense Fortune. Della serie: “tutto il mondo è paese” e non è solo l’Italia a non aver ricevuto il vaccino contro la patetica e banale idolatria del politicamente corretto. Addirittura, circa un tema caro a tutti come le lacrime versate dalla coniuge di Mimì in seguito al divieto di dimora stabilito per il sindaco dal Tribunale del Riesame, si sono scritti editoriali intrisi di un tale pathos che neanche se lo avessero spedito al confino. Negli stessi giorni, uno dei principali quotidiani italiani pubblicava un pezzo dal titolo “Per capire la disobbedienza civile di Mimmo Lucano leggete Hannah Arendt”. Sì, purtroppo è tutto vero, povera Hannah Arendt.

Ora, tralasciando per un attimo la tristezza che ci assale nell’assistere alle ardite strumentalizzazioni culturali di cui si serve una certa informazione per dare lustro alle vuote sciocchezze che ci rifila, dove sono finiti questi coraggiosi commentatori adesso che si inizia a fare luce sulle incongruenze del loro “modello di accoglienza”? Le carte dell’inchiesta “Xenia”, pubblicate da alcuni quotidiani nell’ultima settimana, riportano stralci di intercettazioni a dir poco imbarazzanti per la figura di Lucano: i fondi destinati ai migranti, dirottati  nelle casse della Coop “Città Futura”, non rendicontati e spesi per offrire lauti banchetti, alloggi e servizi di impeccabile accoglienza. Peccato non si trattasse di accogliere i migranti, bensì i vip invitati a esibirsi a Riace. Per non parlare delle intercettazioni dalle quali emerge la pratica con cui il sindaco riusciva a prendere due piccioni con una fava, cioè sia il consenso dei propri concittadini che quello dei migranti. Come? Organizzando matrimoni combinati tra giovani immigrate bisognose del permesso di soggiorno e scapoli riacesi.

Ebbene, sarà un caso che il sindaco più amato d’Italia fosse venerato da tutti tranne che dagli stessi cittadini di Riace? Con un’affluenza di quasi il 60% il piccolo comune ha eletto il suo sindaco pochi mesi fa e, sebbene Lucano si fosse convintamente ricandidato, è stato sonoramente bocciato dalla sua gente. E pensare che solo due settimane prima del voto veniva accolto dagli studenti de La Sapienza, nello specifico dai dottorandi in “Storia, Antropologia e Religioni”, come un eroe moderno. La platea era tanto imbambolata dinanzi alla figura di Lucano da applaudire fragorosamente anche i numerosi passaggi letteralmente incomprensibili del suo discorso.

In Calabria c’è un detto eloquente che, tradotto dal dialetto, suona più o meno così: “il più pulito ha la rogna”; ah, la saggezza popolare. Ciò detto, non vogliamo qui formulare alcuna sentenza nei confronti di Lucano, di cui si occuperà chi di dovere. Tuttavia, riteniamo sia doveroso condannare il subdolo rito di cieca santificazione mediatica, nei confronti di personaggi spesso controversi, a cui un mese sì e l’altro pure siamo costretti ad assistere.