Sembrava dovesse crollare il mondo, martedì. Ombre spettrali piombano sulla timeline di Twitter, un vento gelido spira tra i bastioni dei libtards di casa nostra: – È successo veramente? È tutto vero? – le voci si rincorrono all’impazzata, si spalancano le porte della Bocconi: un nugolo di offertisti sciama fuori dall’accademia in preda al panico, appestando il dibattito politico. – La camera approva all’unanimità, applausi -. Il Presidente dichiara approvata la mozione, l’aula impegna il Governo ad approfondire “l’ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio”. Tradotto: tutto il Parlamento dice sì ai minibot. Paura e delirio a Montecitorio.

I minibot, titoli di Stato di piccolo taglio che nei progetti del Presidente della Commissione bilancio della Camera, Claudio Borghi Aquilini, servirebbero alla pubblica amministrazione per saldare i propri debiti con le imprese: l’eurozona non ammette monete complementari che possano affiancare l’euro. Borghi eureka: il trattato non vieta l’introduzione di titoli di Stato di piccolo taglio. 57 miliardi di arretrati verso le imprese, una tale iniezione di liquidità per saldare passività già contabilizzate nel rapporto debito/pil – ergo niente debito aggiuntivo o duplicazione dello stesso – stimolerebbe la domanda interna e i consumi.

Unanimità, dicevamo. Anni di fatiche nella conduzione della feroce lotta contro i no-euro et voilà: con un clic, il PD, Leu, +Europa e Forza Italia approvano la mozione sui minibot. Senza saperlo, dicono.

Su Twitter si affilano i coltelli, Capone scrive un pezzo con i soliti toni terroristici sul Foglio e Calenda cerca di recuperare i cocci. “È il primo passo verso l’uscita dall’Euro”. Guidano la caccia alle streghe Puglisi e i suoi: “Ma cosa avete votato?” chiede il signor Alfonso. “Si sono bevuti tutti il cervello?” domanda Monica. Una slavina di tweet travolge Marattin, Quartapelle, Ascani, Magi, Nannicini, Brunetta e tutti gli altri deputati di area europeista, rei di aver votato la funesta mozione. “Mi è sfuggito il punto inserito nel passaggio tra la prima versione e quella finale, poi votata all’unanimità, e fatta circolare solo poco prima del voto” si scusa maldestramente Fusacchia. In rete circolano video di discussioni in aula piuttosto esplicite sul tema, il dibattito parlamentare sul tema c’è stato. L’armata brancaleone dei #facciamorete chiede la testa della capogruppo dem in Commissione finanze, Silvia Fregolent, i deputati incriminati si riparano sotto il fuoco incrociato di liberali della peggior specie.

Mentre nella trincea nemica va avanti la mattanza, i no-euro festeggiano. C’è poco da festeggiare. Chi distrattamente ha espresso favore per la mozione incriminata, negli ultimi anni ha votato la qualunque. Non sono riusciti a scorgere la frase “anche attraverso strumenti quali Titoli di Stato di piccolo taglio” in una semplice mozione, ve li immaginate mentre recepivano la direttiva BRRD – leggasi bail-in – mentre discutevano il fiscal compact? Diamo un calcio all’immaginazione, riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro nel tempo. Annus domini 1992, sentite come Repubblica descrive i giorni di Maastricht: “Anche prima che la notizia bomba del ‘caso de Lorenzo’ facesse irruzione tra i deputati, ieri i parlamentari nei loro capannelli parlavano di tutt’altro. Chi della direzione del proprio partito (quella del Pds del giorno avanti, quella socialista che si tiene oggi, quella democristiana che avrebbe potuto essere e non è stata) chi delle nomine bancarie, chi della Rai da commissariare. La parola ‘Maastricht’, era difficile da captare nell’aria, mentre è stato possibile cogliere al volo un – ma che si vota oggi?”. Non erano gli stessi deputati della mozione dei minibot, mutatis mutandis la sostanza non cambia.

Com’è finita questa storia? Il PD per salvare la faccia annuncia un odg urgente al dl crescita per escludere i minibot, forse all’oscuro del fatto che il terzo partito aveva già provveduto a risolvere le magagne provocate dalla loro distrazione. Venerdì il Mef ha pubblicato una nota in cui dichiara la propria contrarietà all’introduzione dei minibot: peccato che questi siano nel contratto di Governo rappresentante gli interessi di 15 milioni e mezzo di italiani. Contano più questi ultimi o i tecnici di Banca d’Italia, Quirinale e via XX settembre? C’è poco da ridere.