Dopo giorni di trattative e crisi diplomatiche mancate per un soffio, la soluzione alla questione immigrazione tra USA e Messico è in dirittura di arrivo. Stando alle dichiarazioni del Ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrard, l’accordo tra le parti è “un giusto equilibrio”. Eppure, indagando sui fatti che hanno preceduto l’accordo trovato con Donald Trump, la situazione sembrerebbe essere ancora irrisolta.

Ma procediamo in ordine. Date le promesse sciorinate in campagna elettorale dall’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America sul tema immigrazione, ci si aspettava una politica durissima fin dai primi giorni di governo nei confronti dei migranti provenienti dai territori meridionali confinanti, e così effettivamente è stato. A parte qualche fake news a riguardo (su tutte, si ricordi la foto dei bambini dentro gabbie, risultata, poi, provenire da una manifestazione pro-migranti) e i frequenti annullamenti dei suoi decreti da parte della Corte e di alcuni tribunali (tra i tanti, Washington), Trump è riuscito a imporsi sulla scena attraverso l’accrescimento del numero di arresti di clandestini (+40%) e di immigrati irregolari sprovvisti di documenti (+150%). Dal canto suo, l’opposizione dei Democratici dà voce al trattamento riservato agli stessi migranti: fece scalpore la notizia della BBC sui 2000 bambini separati dalle proprie famiglie in solo un mese.

Nonostante, quindi, le politiche interne sembrino tutto sommato portare consensi alla White House, sul fronte delle politiche estere il Presidente ha passato giorni migliori. Le politiche ingerenti che Trump ha adottato in tutto il Sudamerica, infatti, non hanno affatto migliorato la situazione dei flussi migratori. Il persistente tentativo di drenare risorse dagli Stati meno abbienti del continente, come il Venezuela, ha portato, oltre a profonde crisi interne agli stessi paesi, alla fuga per fame e povertà da parte di migliaia di disperati, che si sono riversati nei territori del nord, cioè in Guatemala e Messico. Ovviamente gli USA non pensano nemmeno lontanamente a prendersi le debite responsabilità, ad accertarsi delle condizioni dei Paesi meridionali confinanti sui quali praticano una continua supremazia, ma, forti della propria indiscutibile potenza economica, si limitano a minacciare.

E così è andata con il Messico. Senza alcuna possibilità di gestione dello spropositato numero di immigrati, il governo ha dovuto cedere al ricatto tutto americano: stop all’immigrazione o dazi su centinaia di miliardi di dollari di beni. Tali sanzioni avevano spaventato, però, anche le case automobilistiche e le aziende agricole con catene in Messico, assai numerose negli USA e per questo si dubitava della effettiva sostenibilità di un tale decreto. Ad ogni modo Ebrard non ha potuto far altro che accettare il compromesso mascherato da accordo. Per questo al confine con il Guatemala verranno schierati seimila soldati, si rafforzeranno le leggi anti-immigrazione e saranno mantenuti nei confini messicani un maggior numero di immigrati richiedenti asilo (in attesa che in America si velocizzi la macchina burocratica).

Sotto la minaccia di ritrovarsi “paese terzo sicuro”, cioè una sorta di ghetto statunitense, il Messico si è dovuto piegare. È stata nascosta, così, la punta di un iceberg che, presto o tardi, gli USA dovranno affrontare. Rimangono, inoltre, irrisolte alcune gravi pendenze. Quanto si potranno ancora sopportare gli atteggiamenti imperialistici americani? Quanti Guaidò potranno ancora piazzare, del tutto indisturbati? Ma sopratutto: chi si incaricherà di aiutare le genti e i paesi da loro oppressi?