Davvero balorda una Repubblica che da un lato incentiva la ricerca medica e dall’altro de-finanzia le cure. Il misterioso caso italiano tormenta gli animi della sanità pubblica dal 27 Dicembre 2006, quando l’impenitente governo Prodi secondo – in nome del fate presto – disponeva nella legge Finanziaria 2007 il blocco del turn over nella Pubblica Amministrazione, condannando alla senilità il sistema sanitario. I leciti allarmismi delle organizzazioni sindacali – così come i ripetuti scioperi del personale medico nel corso dell’ultima decade – sono stati man mano sterilizzati dai vari governi, che hanno preferito i vincoli di bilancio al ricambio generazionale dei camici bianchi. Si è così arrivati all’esternazione del Ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la quale – per fronteggiare l’emergenza medici nella regione Molise – ha vagliato la possibilità di inviare presso le strutture sanitarie locali personale medico militare. Non è una boutade, la situazione è piuttosto tragica, se è vero che l’Anaao Assomed – sindacato autonomo più rappresentativo del settore sanitario – ha previsto entro il 2025, con l’attuale trend di pensionamenti, una carenza di 16.500 specialisti, con angoscianti picchi in Medicina d’urgenza e Pediatria.

La singolare forma di ergastolo professionale che è stata data ai medici della prima Repubblica ed il lungo percorso formativo delle nuove generazioni – che non possono mettere le mani su un paziente prima del termine della scuola di specializzazione post laurea – hanno incancrenito il sistema, portando sovente i neo-dottori a disertare i concorsi pubblici in molti capoluoghi provinciali, allettati dalle sirene del privato o da un espatrio. A corto raggio di volo esistono paesi dove la professionalità e la considerazione della sanità pubblica da parte dei cittadini è ancora di rango elevato, e dove i salari sono certamente più in linea con le aspettative di un medico chirurgo specialista. Senza contare l’opportunità di lavorare in un contesto sanitario certamente più giovane e meno ostile nel dare fiducia e carta bianca all’ultimo arrivato. Tuttavia il governo gialloverde ha applicato un laccio emostatico a tale emorragia, inserendo nella legge di Bilancio 2019 la possibilità per i medici in formazione specialistica – iscritti all’ultimo anno – di essere ammessi alle procedure concorsuali del servizio sanitario nazionale, oltre ad un graduale aumento dei contratti di formazione specialistica, nel tentativo di scongiurare il surplus di laureati rispetto ai contratti offerti, caso pernicioso e mai risolto nonostante il numero chiuso di accesso alla facoltà.

Mentre da un lato si differisce la professionalizzazione e la degna retribuzione degli studenti di medicina, dall’altro non vengono prese in considerazione forme di incentivo e tutela per i medici inquadrati nel reparto di Medicina d’urgenza, la cui area critica comprende il Pronto Soccorso e le emergenze territoriali esterne. I maggiori disastri arrivano proprio dal soccorso di emergenza extraospedaliera facente capo alla società 118, il cui personale sanitario vive in uno stato di perenne assedio, paura e cronica carenza di mezzi. La competenza regionale o locale di tale servizio ha creato – con il passare degli anni e con il taglio della spesa pubblica – situazioni incresciose nelle quali arrivano sul posto prima le ambulanze delle associazioni di volontari o delle cooperative sociali che i mezzi di soccorso avanzato con a bordo un’équipe sanitaria professionista, la quale – oltre alla manovra di rianimazione cui sono abilitati anche i soccorritori – garantisce una diagnosi ed una terapia istantanea, salvando la vita al paziente prima di una sua eventuale ospedalizzazione. Possibile che vi sia carenza strutturale già nel primo anello della catena dei soccorsi? Ebbene sì, perché il livello di stress ed il rischio biologico cui sono sottoposti i medici che operano esternamente viene accuratamente ponderato dagli stessi già prima di specializzarsi – sovente la medicina è anche una missione che si tramanda di padre in figlio – mentre il 118 per poter sopravvivere ricorre sempre più a medici convenzionati precari, appaltando i propri servizi ad enti privati.

Le ignobili aggressioni agli operatori sanitari ed il crescente livello di intolleranza contro le istituzioni pubbliche hanno reso gli ospedali delle autentiche polveriere, laddove i medici di base e le guardie mediche con la loro discontinuità oraria e l’assenza di risorse non riescono a fare da filtro, aumentando così gli accessi impropri ai Pronto Soccorso. Si rallenta così l’intera macchina dei soccorsi, intasando inopportunamente il reparto e sottoponendo i medici ad uno snervante confronto con determinati pazienti – elusi dagli assistenti sociali – ed incurabili patologie, figlie più del degrado che di parametri clinici. Serve una riforma della sanità pubblica ed uno scudo legislativo a tutela dei suoi professionisti, evitando che Ippocrate venga supplito dall’esercito spartano.