Il Tribunale dei ministri di Palermo ha richiesto una nuova autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini; in questo caso, l’ex ministro dell’Interno è incriminato per aver trattenuto, a bordo della Open Arms, 164 migranti davanti Lampedusa per venti giorni. L’obbligatorietà del soccorso in mare sarebbe il motivo che renderebbe il decreto sicurezza bis non applicabile alle navi ONG. Adesso, il Leader leghista ha una nuova carta da giocare per continuare a recitare la parte di difensore del popolo e dei confini; con la sua verve tutta particolare ha dichiarato che non si arrenderà mai, mentre attende, con il “coraggio del perseguitato”, il 12 febbraio, quando il Senato si pronuncerà sull’altra richiesta di autorizzazione: quella per il caso Gregoretti, su cui la giunta ha già dato il via libera al processo. Nella visione che Salvini sta cercando di creare lui è un martire, e la sinistra la nuova Santa Inquisizione. Al contrario, Partito Democratico e affini hanno deciso di trasformarsi in “paladini della giustizia”, contro la feroce bestia leghista.

Nel dibattito politico il tema dell’immigrazione è un po’ come il nero: sta bene su tutto. Sia la destra che la sinistra ne hanno fatto un cavallo di battaglia. Una volta annullate le loro differenze per quanto riguarda le politiche economiche e sociali, così come sull’Unione Europea, l’immigrazione è l’unica cosa che li differenzia. Ma è davvero così? Cosa hanno in comune una Carola Rackete, premiata con la medaglia Grand Vermeil, la massima onorificenza del Comune di Parigi, in nome di solidarietà e diritti umani, e un Matteo Salvini, che si erge a difensore del popolo e custode dei confini contro “l’invasione”? Cosa rende Corrado Formigli che, su La7, nomina le emissioni di anidride carbonica come causa delle migrazioni, uguale a tutti quei giornalisti che, come mosche, ronzano attorno al dibattito su razzismo e antirazzismo rincorrendo i crimini commessi dagli immigrati?

Il nuovo leitmotiv della polarizzazione della politica è diventato funzionale ad alimentare una sterile parvenza di democrazia. Se esiste ancora un dibattito “florido” nel nostro Paese è grazie a questo. Ogni cosa ne viene subordinata. Eppure, resta un dibattito superficiale, che sceglie di non analizzare le cause del problema. Perché le persone fuggono dai Paesi africani? Perché il continente più ricco di risorse del mondo è anche il più povero? Di quella ricchezza ci siamo appropriati noi Europei. Abbiamo addossato ai colonizzati un debito pubblico accumulato dai colonizzatori, alimentando le guerre etniche nei singoli Stati che noi abbiamo creato, tutto perché le nostre multinazionali continuino a depredarne il territorio. E questo fenomeno non si interromperà mai, fino a quando gli interessi economici di pochi verranno prima degli interessi della maggioranza. Un’altra importante questione da mettere in luce è che, anche se i nostri politici volessero davvero risolvere il problema alla radice, la verità è che l’Italia ha ben poco potere. Subordinati in Europa e inermi davanti agli Stati Uniti, siamo nelle mani dei Paesi che causano le migrazioni. D’altronde, quando Luigi Di Maio ha provato a suggerire la possibilità di sanzionare la Francia per le sue politiche nel continente, è stato immediatamente bacchettato e rimesso al suo posto. Rinunciando alla nostra sovranità abbiamo rinunciato anche ad avere voce in capitolo per quanto riguarda gli scenari geopolitici. Quindi, sebbene sia importante riportare il dibattito pubblico alle cause delle migrazioni, è altrettanto necessario capire come il nostro Paese potrebbe gestire i flussi di arrivo. Il sistema vigente, che accoglie l’immigrato con l’associazionismo e lo consegna nelle mani della mafia per lo spaccio di droga, o del caporalato per raccogliere i famosi pomodori, evidentemente, non funziona.