Draghi decide di vestire nuovamente la cappa del crociato della moneta unica, forse già certo di un suo futuro ruolo politico in difesa dell’attuale struttura comunitaria. Il discorso, che potrebbe ammaliare qualche studente, ma non di certo chi la storia se l’è spulciata come si deve, percorre a tappe alcuni concetti fondamentali delle vicende economiche ed europee più recenti. Draghi inizia definendosi orgoglioso di essere italiano e fin qui, nulla di strano; si sarà probabilmente riferito al suo ruolo di sostanziale ago della bilancia fra lo strapotere teutonico e le vessazioni inflitte ai paesi facenti riferimento a Maastricht ma che si affacciano sul Mediterraneo. Ogni riferimento al QE non è direttamente voluto. Nel suo discorso di quasi un’ora, il presidente della BCE scivola lentamente da punti generali, fino a casi specifici, andando a colpire il suo stesso paese. Uno sport rinomato fra gli eurocrati, ma preferibilmente con l’Italia

Draghi parla di come alcuni stati, anche se volessero tornare alle loro monete nazionali precedenti, non riacquisterebbero vantaggi né in merito alla flessibilità dei cambi, né riguardo la sovranità stessa, alludendo chiaramente ad alcuni tragici eventi storici – crisi valutarie – risalenti ai primi anni novanta. Draghi non si è di certo scordato di quel 2 giugno 1992 a bordo dell’HMS Britannia, quando ancora ricopriva il ruolo di direttore generale del Tesoro nel governo di Giuliano Amato. E ancora pochi mesi dopo, di quel mercoledì 16 settembre, in cui Soros e altri speculatori banchettarono e si riempirono le tasche sulle svalutazioni di lira e sterlina, con conseguente fuoriuscita dallo SME da parte dei due paesi. La sostanza è che pur volendo, a detta sua, il dado è già tratto e sarebbe comunque impossibile tornare ad avere una moneta sovrana soggetta ad auspicabile inflazione competitiva. Rincara ancora la dose ricordando un dettaglio inquietante delle politiche economiche prima dell’euro:

Le decisioni rilevanti di politica monetaria erano prese in Germania

Quella stessa Germania che, secondo l’economista Nino Galloni, aveva accettato di sostituire il suo marco con l’euro, a patto di vedere realizzata una progressiva deindustrializzazione dell’Italia, dalla grande impresa fino al piccolo e medio artigianato. Insomma, Draghi ci rende noto che prima della moneta unica e dopo essa, a dare le carte è sempre il giocatore tedesco, con buona pace per due guerre mondiali perse, ma il vantaggio viene spacciato per quello odierno. Le politiche si decidono comunitariamente dice, come se la Germania non avesse un peso specifico palesemente più di rilievo rispetto ad altri. Ma decidendo di martellare direttamente il proprio paese, Draghi afferma e stavolta con qualche ragione dalla sua, che alcune politiche sul debito fra anni settanta e ottanta hanno contribuito all’attuale declino economico italiano.

Le politiche di indebitamento sconsiderato non ci hanno di certo favorito, ma lo stesso Draghi sa, senza dirlo, che il problema non è il debito in sé, quanto piuttosto chi lo detiene. In uno sproloquio sulle speranze e i sogni per questa UE, Draghi ammette che in molti non hanno ancora constatato i benefici della moneta unica – meglio per loro – ma che questi non possono giungere solo da essa: con quel “Occorre fare di più” Draghi torna ad auspicare l’unione politica, la cessione di sovranità, ma ancor più sentitamente, l’unione bancaria e di bilancio, sapendo che si tratta più di un sogno – distopia per noi – irrealizzabile.

Nel resto del mondo il fascino di ricette e regimi illiberali si diffonde, a piccoli passi si rientra nella storia. È per questo che il nostro progetto europeo è oggi ancora più importante. È solo continuandone il progresso, liberandosi le energie individuali ma anche privilegiando l’equità sociale che lo salveremo attraverso le nostre democrazie ma nell’unità di intenti

Parole che per sostanza, ricordano quasi le allucinate esternazioni di Joseph Goebbels sulla guerra totale, il 18 febbraio del 1943, oppure le antistoriche visioni di Hitler sul Tausendjähriges Reich – impero millenario – durato però circa undici anni. Draghi e le sue convinzioni sull’inamovibilità, sul pilota automatico e sull’unica direzione percorribile, non sono molto dissimili da quelle di certi nazionalsocialisti che furono convinti dell’incrollabilità del loro progetto. Che lo si voglia o meno, la Storia è mutevole e cambia proprio sotto gli occhi infastiditi di Draghi, il quale evidentemente, non accetterà mai di buon grado questa sì reale inevitabilità. Riprendendo una celebre dichiarazione di Francesco Cossiga, vedremo dove finirà il vile affarista ex socio di Goldman Sachs, assieme alla sua crociata per la moneta unica e lo smembramento patrio.