Se esiste un mondo dove il razzismo è veramente messo alla berlina, questo è quello dell’atletica. E diversamente non potrebbe essere, vista la proverbiale attitudine delle popolazioni africane a questa disciplina.

Dunque, come leggere la scelta del comitato organizzativo della mezza maratona di Trieste, che in un primo momento aveva deciso di estromettere i corridori di colore dalla competizione cittadina? Becero razzismo d’avanspettacolo o scelta tecnica? Sorvolando sulle dichiarazioni del mondo politico – che legge e declina ogni avvenimento della vita nazionale secondo le proprie logiche elettoralistiche e, dunque, parziali –, ci sembra doveroso usare il cervello e cercare di capire le motivazioni di una scelta del genere.

Prima cosa: gli atleti di colore, se in regola con il tesseramento nulla hosta, possono correre in questa competizione; il comitato, infatti, ha solo deciso di non ingaggiare atleti professionisti di colore, il ché è ben diverso. La motivazione starebbe nelle scarse disponibilità economiche del settore, che in questo caso si ravvisano più preoccupanti del solito. Altro che razzismo!

Martino Ghielmi, esperto del mestiere, sintetizza: “Il budget della maratona di Trieste, come gran parte delle manifestazioni italiane, è risicato e in continuo calo. Hanno quindi deciso di non ingaggiare nessun etiope/kenyano (di seconda fascia) disponibile in Italia. Al massimo prenderanno un paio di italiani ‘amici di amici’ a cui verrà assicurata la vittoria in assenza di concorrenza seria. Scelta discutibile e da sfigati (verrà fuori la sagra della salamella, a livello di tempi) ma legittima”. Insomma, nessun episodio di razzismo, solo una sconsolante – e molto più banale – povertà di settore.

Sempre Ghielmi, continua: Prima di parlare a sproposito occorre conoscere come funziona il settore. Nessun professionista, e gli africani in questione lo sono tutti, partecipa a una gara per il piacere di farlo. E neanche solo per i premi in palio. Visto che è il loro (duro) lavoro, si tratta di portare a casa la pagnotta, composta di norma da premio (variabile, in funzione del piazzamento e/o tempo) più ingaggio (fisso, negoziato precedentemente in base al palmares dell’atleta)”.

Che dire, tanto rumore per nulla. Anche questa volta la politica italiana ha perso un’occasione per tacere, dimostrando tutta la sua lontananza dalla vita del paese. Interrogazioni parlamentari, sproloqui vaneggianti, editoriali e facce contrite solo per sottomettere una notizia al bisogno politico contingente e gridare a un razzismo che non c’è, con buona pace di un settore che, per campare, è costretto a ridursi all’ombra di se stesso.