In questo articolo non si parlerà di “El Mimo”. Sul caso mediatico di Daniela Carrasco non si spenderà neppure una parola. Molti quotidiani italiani ad un mese dall’accaduto e nell’arco di una sola settimana sono stati in grado di ricostruire una vicenda raccapricciante per poi smentirla a gran voce a partire da fonti cilene (Open parla dell’associazione delle avvocatesse femministe del Cile “Abogadas Feministas Chile” le quali, seguendo il caso, avrebbero smentito anche l’aggressione avvenuta il giorno prima della morte poiché la vittima si trovava con la propria famiglia). Ad aggiungersi al racconto sarebbero un’ipotesi di suicidio comprovata da una lettera di addio, e una smentita circa l’ingerenza di fattori esterni (percosse, stupro) causa della morte della ragazza. Anche la foto usata dalla maggior parte degli articoli non sarebbe in realtà quella di Daniela Carrasco, ma di una manifestante che sotto le spoglie di “Mimo” vestiva solidarietà. Non si vuole qui propendere per la prima ricostruzione né per la seconda decostruzione, il problema delle fonti a quanto pare non è un problema per il giornalismo italiano. Non essendo possibile pronunciarsi con certezza, è preferibile parlare di ciò che è noto con la massima precisione, in attesa che degli inviati in Cile riescano a cavar fuori da questa vicenda qualcosa di corrispondente alla realtà.

Fatto sta che di qualcosa è necessario parlare, anzi, urgente. In Cile sta accadendo qualcosa, e solo un’inquadratura complessiva dello scenario non limitata al singolo caso può sperare di far emergere ragioni e moventi che hanno portato alla situazione di manifesta catastrofe umanitaria che assedia Santiago. Si protesta, milioni di persone in piazza contro il governo di Sebastián Piñera, ma è solo il capro espiatorio di una situazione economica insostenibile. In Cile l’80% della popolazione vive appena entro i limiti della soglia di povertà. È totalmente assente qualsiasi tipo di intervento a sostegno della popolazione economicamente deprivata, lo stato cileno non sa cosa sia il welfare state, e se lo sa lo disconosce apertamente. Quella che dovrebbe essere un’applicazione del potere statale propedeutica all’adattamento della forza lavoro ai continui cambiamenti del mercato e ancor di più funzionale al mantenimento della popolazione non lavorativa, è degenerata (sempre ammesso che ci sia mai stata) nell’applicazione della forza coercitiva armata dello Stato in funzione antisommossa, in una parola, nel Leviatano. Questa proposizione per intero è esattamente il carburante della rivolta popolare cilena partita dalla vivace protesta per l’aumento del biglietto della metro e approdata al confronto inclemente fra esigenze della popolazione e inadeguatezza dell’azione governativa. La storia politica recente del Cile è tortuosa e densa di avvenimenti, ed è plausibile che alcuni eventi chiave continuino oggi ad esercitare una certa influenza. Pochi decenni addietro Augusto Pinochet con un colpo di stato demoliva la politica collettivista del socialista Salvador Allende per soppiantarla con una dittatura militare successivamente stemperata da politiche di liberalizzazione e privatizzazione dell’economia ad opera di Josè Piñera, l’allora ministro del lavoro e della sicurezza sociale. Il Cile divenne presto lo stato cavia per l’applicazione di sperimentalismi di stampo neoliberista, gli stessi che portarono al famoso “miracolo economico”, ridimensionato cospicuamente da molta letteratura critica. In Cile il golpe di Stato venne realizzato con l’aiuto degli Stati Uniti e una piccola fetta di autoctoni, i ceti più abbienti. Di fatto si instaurò, e tutt’ora è affermata, un’oligarchia sotto il nome di democrazia liberale. Con “oligarchia” ci si riferisce qui al significato che oggi, secolarizzato, assume questo tipo di gestione del potere: nel fatto che pochissime persone detengono la maggior parte delle ricchezze a dispetto di un’intera popolazione che invece sopravvive. Una divisione economica così marcata carica inevitabilmente le proteste di una forza che è direttamente proporzionale ai metodi repressivi messi in atto dal governo, e non parlo di Brioche. Forse è proprio la eco del regime militare di Pinochet a legittimare dei veri e propri crimini contro l’umanità ad opera delle forze armate. Ad essere divenuto strumento politico per eccellenza è la violenza, sotto le forme più turpi e sfrontate. I casi di violenza sessuale ad opera delle forze armate sulle manifestanti sono in crescita e le condizioni di detenzione sono ancor più raccapriccianti. L’operazione repressiva va a favore del governo Piñera: l’obiettivo di tanta bestialità sarebbe quello, di facile intuizione, di dissuadere i partecipanti a prender parte alle manifestazioni.

Il capo dei carabinieri, Mario Rozas, avrebbe assicurato ad un gruppo delle forze armate l’impunità qualunque fosse stata l’entità del loro agire. È una situazione decisamente allarmante e degna di attenzione a livello internazionale. Ancor prima che il welfare state, si rende necessario per l’organizzazione statale cilena, se ne occupi Piñera, un ripasso approfondito della nozione di diritto fondamentale inalienabile; ma simili paradossi, di cui l’uomo è esemplarmente capace, non sorgono spontaneamente se non a seguito di una situazione esistenziale, che all’oggi è sempre primariamente economica, devastante.