Esiste una mafia silenziosa, viscida, nascosta. Una mafia radicata nelle relazioni sociali e personali dei borghi di provincia, potente e protetta. È la mafia che, a fissa cadenza, esce dalle fogne e si riversa nelle strade, corrompe, convince i più deboli: quella, cioè, che si palesa soprattutto in periodo di elezioni, quando ci sono in ballo i veri giochi di potere. Ma noi cittadini siamo sicuri di avere una reale concezione della gravità delle infiltrazioni mafiose nelle nostre amministrazioni locali?

Qualche giorno fa il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, ha sollevato un’interessante questione: la legge vigente riguardo gli scioglimenti o commissariamenti di amministrazioni sospette ha di certo il merito di aver scovato e chiuso centinaia di casi dagli anni ‘90, ma questa stessa necessita, ad oggi, di essere implementata, tra le altre cose, sul tema della candidabilità di soggetti che facevano parte di amministrazioni poi sciolte. Anche Roberto Montà, che da presidente gestisce Avviso Pubblico, un’associazione di amministratori che promuovono la legalità democratica, si dice perplesso:

«Lo scenario è cambiato e bisogna avviare una rivisitazione sistemica della norma che non è più rinviabile; e poi bisogna fornire agli Enti locali una serie di strumenti per prevenire e intervenire a monte».

Prima di analizzare noiosamente (ma utilmente) i dati in modo scientifico, bisogna considerare una premessa: è tutt’altro che semplice e sbrigativo attuare uno scioglimento di amministrazione, e, oltre ai numerosi casi che elencheremo, molti sono stati anche quelli archiviati per le esigue condizioni di adempimento della legge (71 dal 2010). Condizione dello scioglimento, ad esempio, è l’esistenza di elementi «concreti, univoci e rilevanti» su collegamenti tra la mafia e gli amministratori locali o su forme di condizionamento degli stessi. Ma arriviamo ai dati: per quanto riguarda i Comuni italiani sottoposti a commissari esterni, oggi si contano 40 gestioni, distribuite tra Calabria (22), Sicilia (9), Puglia (5) e Campania (4).

il numero degli scioglimenti decretati dal 2018 a giugno 2019, invece, sono 23. Tra questi si notano anche località colpite più volte dalla medesima procedura, in totale 62: ben 17 sono al terzo decreto subito, 45 al secondo. Questa lugubre classifica al ribasso è capeggiata dalla Calabria, con 27 amministrazioni coinvolte. Chi pensa, però, che gli scioglimenti per mafie siano un problema esclusivamente meridionale si sbaglia di grosso. Al nord i Comuni coinvolti sono attualmente: Lavagna, Bardonecchia, Leinì, Rivarolo Canavese, Sedriano, Brescello.

Nell’osservare specificatamente i nomi delle zone più critiche per infiltrazione mafiosa, si ritrovano anche vecchie amare conoscenze: nel Reggino, ad esempio, per tre volte è stato sciolto il Comune di San Luca. Quest’ultimo è famoso per una guerra fra famiglie che ha portato alla strage di Duisburg, in Germania, nel Ferragosto del 2007, in cui sei persone furono brutalmente uccise con armi da fuoco. Per avere una visione d’insieme, poi, è utile considerare che, in totale, dal 1991 a oggi, gli enti locali sciolti per criminalità organizzata sono stati 249 (compresi un capoluogo di provincia e cinque aziende sanitarie). Una situazione ai limiti della criticità.

Ma come possiamo provare ad arginare corruzione, favori, ingiustizie?

Quel che è certo è che in Italia oggi non servono dirette Facebook del Ministro degli Interni su una ruspa nella villa dei Casamonica con l’hashtag #lamafiamifaschifo per combattere davvero la criminalità organizzata: serve una grande manovra economica che garantisca occupazione giovanile, per evitare reclutamenti di picciotti nullatenenti; serve un aiuto alla scuola che, a causa della carenza di docenti e strutture di qualità, ha lasciato un vuoto culturale di rilevante importanza; serve una rinnovata concezione della mafia al Nord che, come fa notare lo storico Isaia Sales, troppo spesso subisce un trattamento più leggero rispetto al meridione, a causa dell’elevata arbitrarietà di chi può disporre tali scioglimenti (come i casi di Desio e Fondi); serve l’introduzione di un affiancamento dello Stato nelle situazioni meno gravi ma comunque sospette; ultima, ma non per importanza, serve una lotta individuale e silenziosa, e la consapevolezza che se non si riparte ognuno dalla propria coscienza personale, e insieme da un serio progetto di sensibilizzazione, questo Bel Paese resterà sempre divorato da quell’irreparabile cancro secolare che è la mafia.