Maggiore controllo dei social significa, ad oggi, maggiore controllo dell’informazione, dei media, del consenso che, negli ultimi tempi, scarseggia nei palazzi del potere di Francia. Già finito nell’occhio del ciclone per via della diffusione dei dati personali degli utenti Facebook, Zuckerberg non sembra affatto scoraggiato, riesce anzi a farsi ricevere da Macron, a stilare un accordo e addirittura a rilanciare:

«Spero che questo regolamento possa essere adottato da tutta l’Unione Europea».

La stessa che, come buon costume di Macron, viene puntualmente estromessa dalle strategie interne ed esterne del presidente francese, salvo poi essere chiamata in causa nella sua propaganda ultraeuropeista e progressista. Se in Libia la Francia fa il bello e il cattivo tempo, in Europa inaugura autonomamente la censura on-line, calando la maschera della patria del progressismo di sinistra che salverà l’Europa dai populismi brutti e cattivi, e vestendosi ufficialmente di spirito guerrafondaio. Non è un caso che questo incontro avvenga proprio nel momento di minore consenso di Macron. Parigi ogni sabato sembra un teatro di guerra e se media nazionali e internazionali si preoccupano di un fantomatico rischio di sopravvivenza della democrazia per via dei pericolosi populismi, è proprio la rete con Facebook, Instagram e Twitter a raccontare un’altra verità: Macron sta mutilando i suoi concittadini con un copioso e repressivo dispiegamento di forze dell’ordine e mezzi pesanti. Ecco dunque che la lotta agli haters e alle fake news diventa strumentale al controllo del miglior mezzo di controinformazione dei Gilet Jaunes: il social. La vocazione autoritaria del presidente francese è facilmente individuabile in tutta la gestione della rivolta dei Gilet Gialli, mai effettivamente ascoltati ma sempre repressi a suon di lacrimogeni, manganelli e abuso del monopolio della coercizione da parte dello Stato francese.

L’accordo con Zuckerberg è la punta dell’iceberg su cui si imbatterà il popolo rivoltoso, col grande rischio di emulazione da parte di altri leader politici europei. Ai tempi dei social e del mondo globalizzato poter contare su strumenti di controllo simili può influenzare non poco l’opinione pubblica se consideriamo quanto ormai sia fondamentale essere presenti in rete. Tra i maggiori fruitori troviamo Matteo Salvini con tre milioni e mezzo di “likes” su Facebook: è indubbio che la scelta di puntare sulla piattaforma principale di Zuckerberg in primis, ma anche su Instagram e Twitter, abbia dato una grande mano al leader della Lega per accumulare tutto il consenso poi espresso da gran parte degli italiani alle elezioni del marzo 2018. Inoltre, non bisogna dimenticarsi di Donald Trump, forse il primo vero politico “social”. La vittoria su Hillary Clinton avvenne anche grazie a un massiccio utilizzo di contenuti propagandistici digitali come ad esempio i memes, ormai parte integrante della rete.

Tutto ciò per ricordare quanto il potere e il consenso si intreccino da sempre con i media e quanto siano, ad oggi, dipendenti da “likes”, “followers”, e “tweet”. Il tanto osannato Macron, idolo dei liberal come Renzi e Gentiloni, inizia dunque a tessere la tela su cui intrappolare le istanze del popolo francese stanco della doppia faccia del placido presidente. “L’autorità garante dei social network” ha tutte le carte in regola per celare la propria missione liberticida dietro la maschera del buonsenso, nascondendo il più possibile la repressione che il Presidente Macron sta attuando nei confronti dei Gilet Jaunes.

Il ruolo geopolitico di primo piano che ricopre la Francia potrebbe portare a un’esportazione di questo modello anche in altri paesi fino alla completa realizzazione, come auspica Zuckerberg, in tutto il territorio dell’Unione. Il progressista Macron, in conclusione, fa leva sulla lotta alla diffusione dell’odio al fine di tagliare le gambe alla rete libera, manipolandola a suo favore. Niente di diverso da chi, a detta della sinistra da salotto, “semina odio” per raccogliere consensi. Sarebbe ora di cogliere che vi sono pochissime differenze tra sinistra progressista e populismo conservatore, e che una volta al potere, il rischio di attentare alla libertà di espressione si fa sempre più alto, soprattutto se in grande crisi di consenso.