Irlanda del Nord. Derry/Londonderry. Dipende da che parte stai. Se dici slàinte prima di bere una Guinness, allora Derry va bene. Se ti emozioni quando ascolti God Save The Queen, allora è tassativamente Londonderry.

18 aprile, Creggan, quartiere popolare di Londonderry/Derry. Durante un riot tra poliziotti e gente del quartiere, Lyra McKee ha perso la vita, centrata da dodici proiettili che l’hanno lasciata lì, sul selciato, tra molotov e sassi e case in mattoncini tutte uguali, tutte coi bidoni della differenziata; i lampeggianti a guaire sulla scena e i ragazzi di Creggan incappucciati che continuavano a bersagliare la PSNI (Police Service Northern Ireland). Nessun proiettile accidentale della polizia ha ammazzato Lyra: sono stati gli incappucciati, i ragazzi di Creggan, che sparavano sugli autoblindati, a ucciderla. Lyra, giornalista, attivista LGBT. Nemmeno trent’anni. Lei lo sapeva, sosteneva che la “pace” tra dissidenti e lealisti, in Irlanda del Nord, non fosse altro che un joke, una mezza farsa.

L’Irlanda del Nord non è un posto come gli altri. Qui si è combattuta una guerra. I Troubles che altro possono essere? Faide? Settarismo? Sì, il settarismo ci sta tutto, ma non era becera guerriglia tra hooligan invasati o tra partiti politici di opposta matrice. Tutto questo, semmai, era – ed è – un contorno, un’estensione di qualcosa che non si riesce a sradicare, qualcosa di più forte dell’odio.

L’Irlanda del Nord non ha un governo da due anni. L’Irlanda del Nord usufruisce pesantemente dei fondi europei per lo sviluppo agricolo, ma fa parte del Regno Unito – ahi ahi ahi, Brexit solo guai. L’Irlanda del Nord è quel paese dove c’è voluto un decreto fatto su misura da Londra, il Fair Employment Commission, per ridurre il divario tra protestanti – in maggioranza – e cattolici – in minoranza – in determinati contesti lavorativi: costruzione navale, pubblica amministrazione e polizia. A Belfast ci sono ancora le peace lines, muri con enormi cancelli di ferro che separano le zone protestanti da quelle cattoliche. Dalle parti di Derry, la situazione è persino più claustrofobica.

Durante i giorni della Orange Walk, una serie di marce e parate che celebrano la vittoria nell’anno domini 1690 di William d’Orange ai danni del re James II, i “lealisti-protestanti” costruiscono delle gigantesche piramidi coi pallett e ci fanno il classico bonfire. Sulla sommità legnosa, bandiere d’Irlanda e foto dei ministri del Sinn Féin. Drappi con insulti a Bobby Sands. “Kill all Taigs”, uccidiamo tutti i cattolici.

La RAAD di Derry (Republican Action Against Drugs) gestisce autonomamente il problema dello spaccio nelle loro zone, Creggan e Bogside. Polizia? Programmi scolastici che combattono la tossicodipendenza? Nah. Lo spacciatore viene preso e gambizzato. A ottobre 2018 è stato presentato un documentario intitolato “A mother brings her son to be shot”, di Sinéad O’Shea. Il titolo parla da sé. La faccenda divertente è che la comunità di Creggan abbraccia e loda i ragazzi della RAAD. “La gente qua non li vede come terroristi, non sono terroristi; loro vivono qua, socializzano con la comunità, i loro bimbi vanno a scuola qua… non sono dei fottuti al qaeda che vivono nelle montagne… non sono terroristi”. Così Gary Donnelly, rappresentante del 32 County Sovreignity Movement, born and bred in Creggan.

Queste faccende appena elencato sono la routine per chi abita nella terra delle 6 contee. Perché, se dovessimo fare un memorandum storico di quanto accaduto in passato, beh, ci sarebbero azioni e tragedie degne dei migliori conflitti extraeuropei.

Oggi non ci sono più i macellai di Shankill o le bombe che frammentano corpi e pub in piena Ardoyne, i ’70 e gli ’80 sono finiti. La nazione nordirlandese vive grossomodo in uno stato di febbrile acquiescenza, che a volte scompare per lasciare il posto ai nervi tesi.

D’altronde, l’accordo del Venerdì Santo, siglato nel 1998, può aver sì fisicamente disarmato i gruppi paramilitari, ma non ha potuto eliminare quelle violenze, quei rancori e quelle lotte che hanno una sedimentazione profonda e diffusa. Tutto il benessere economico del mondo, tutti gli impegni politici del pianeta, non possono in due decadi smantellare qualcosa di queste proporzioni. È illusorio. Anche perché non parliamo di dieci, venti maniaci della violenza, ma di interi quartieri working class che, indomiti e chiusi, continuano una tacita guerriglia l’uno contro l’altro.

La questione è così complicata da esser semplice, in Irlanda del Nord.

Ci sono troppe provocazioni da parte delle due fazioni, troppe connessioni, politici che una volta erano inseriti nei gruppi paramilitari e che ora sono in parlamento, proselitismo, generazioni di ragazzini votati al culto ossessivo dell’”All cops are bastards”, povertà e coesione dei quartieri popolari, autosegregazione, poca voglia di offrirsi la birra al pub, ma semmai di farsi a pezzi. Insomma: è un carnaio esagerato. Semplice.

L’unica cosa sensata, in questo marasma, è togliersi il cappello davanti a Lyra McKee, caduta sul campo, da vera giornalista.

Nessuna retorica, nessuna morale, nessuna lezione da chi pretende di sapere: rispetto e basta, per Lyra McKee e per chi se ne è andato prima di lei.