C’è una frase, attribuita allo statista tedesco Otto Von Bismark, che recita: “Meno le persone sanno di come vengono fatte le salsicce e le leggi e meglio dormono la notte”; negli anni duemila andrebbe aggiunta un’ulteriore voce alla massima del primo ministro del Regno di Prussia: i capi di lusso.

Il mercato del lusso, l’unico che nonostante le varie crisi economiche non abbia mai subito sostanziali contraccolpi, è l’Eden degli imprenditori e degli investitori. Come stimato dalla ricerca annuale dell’Osservatorio Altagamma, nel 2018 “nonostante l’estrema incertezza internazionale, per i beni di lusso si conferma la crescita del 5% iniziata nel 2017, grazie soprattutto al mercato cinese e alle nuove generazioni di consumatori”, per un valore complessivo di 260 miliardi di euro.

Il Made in Italy rappresenta una nicchia di mercato ancora più esigente nel già elitario mondo del lusso. Nell’immaginario collettivo, Made in Italy è sinonimo di gusto e lavoro artigianale. Immaginiamo che un ipotetico compratore, disposto a spendere 1.000 euro – e in tanti casi anche molto di più –  per una borsa di un importante marchio italiano, pretenda che questa sia il frutto di un eccellente lavoro di design, che sia di altissima qualità e, non da ultimo, che sia stata confezionata da una qualificata manodopera italiana. Purtroppo, come si evince da diverse inchieste giornalistiche, la storia non è sempre questa.

L’ultima conferma è sopraggiunta la settimana scorsa ad opera della Guardia di Finanza di Firenze che, a seguito di lunghe indagini, ha fatto irruzione in alcuni capannoni industriali nel Comune di Campi Bisanzio e ha scoperto 6 ditte che confezionano, grazie al lavoro di operai cinesi, migliaia di borse di lusso, firmate dalle grandi maison di moda italiane e straniere, tra i più conosciuti Prada e Burberry. Non sono falsi, sono oggetti venduti dalla ditta di proprietà cinese – a prezzo netto tra i 38 e i 133 euro – e poi destinati ad essere rivenduti nei negozi delle case di moda a prezzi anche decuplicati.

Con l’ausilio dell’Ispettorato del lavoro e della Azienda sanitaria locale, la GdF ha appurato le pessime condizioni igieniche e di lavoro in cui operano queste persone: sono tutti cittadini di origine cinese, alcuni clandestini, per la maggior parte senza un regolare contratto, che lavorano dalle 10 alle 13 ore al giorno e che dormono e mangiano in quegli stessi capannoni industriali.

Ovviamente sarà la magistratura a dover appurare se ed in quale misura siano coinvolte le case di moda ma, aldilà del caso particolare, è indubbio che il fenomeno, valutato nel suo insieme, sia preoccupante e di grandi dimensioni. Ciò che si è evinto nel corso degli anni a partire dai risulti di indagini simili è che, in questi casi, i lavoratori sono assunti da imprenditori cinesi che ottengono le commesse in subappalto dalle ditte che a loro volta si sono procurate l’appalto dai grandi marchi del lusso. A volte sono gli stessi subfornitori a spostare parte della produzione in fabbriche ancora più piccoleUna catena di Sant’Antonio che fa ricadere sulle spalle dell’ultima ruota del carro – la ditta cinese – tutti i costi e i rischi, compresi i controlli della Guardia di Finanza. Sì, perché anche la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto che l’eventuale consenso del committente – in questo caso i grandi marchi – a che l’appaltatore dia l’esecuzione del lavoro in subappalto non instaura alcun rapporto diretto tra il committente (la Maison di moda) e il subfornitore (la ditta cinese). Perché il legislatore non colma questa lacuna normativa che permette questa inspiegabile deresponsabilizzazione delle aziende che commissionano le opere? Forse perché il mercato del lusso rappresenta il 5% del Pil italiano?

Sembra il segreto di pulcinella. I grandi marchi si dotano di linee di condotta che sembrano scritte dai costituenti per quanto ricche di valori indiscutibili e condivisibili. Ma allora com’è possibile che nessuno di loro sia a conoscenza di questo odioso fenomeno di caporalato? C’è il loro marchio su quelle borse e quei vestiti. Nel 2018, persino il New York Times si è occupato di raccontare lo scempio dei lavoratori in nero che, in Puglia, cuciono per 2 euro l’ora gli abiti di lusso.

Questo sistema marcio è veleno anche per i piccoli artigiani che rispettano le leggi: in un mondo globalizzato, che mette a dura prova le piccole e medie imprese artigiane, si aggiunge anche la concorrenza sleale di quei marchi che, invece, dovrebbero giocare da apripista per i loro cugini più piccoli. Le grandi case di moda italiane campano sulla retorica del Made in italy guadagnando miliardi: utilizzano senza remore immagini stereotipate utili ad ingigantire un immaginario fatto di esperienza, dedizione, tradizione e cultura. Ma se i nuovi e ricchissimi compratori cinesi sapessero che quelle borse sono confezionate da altri cinesi costretti a vivere in schiavitù, le comprerebbero lo stesso?