La questione irlandese è ancora in cima alle preoccupazioni degli inglesi: nonostante vent’anni di relativa calma, il precario equilibrio del confine tra le due Irlande ha un ruolo fondamentale nelle trattative della Brexit. Lo scenario è molto particolare, la messa in atto di quest’ultima porterebbe alla ricostituzione di una frontiera tra la Repubblica d’ Irlanda e l’Irlanda del Nord, che sebbene siano due entità giuridicamente separate, non sono divise da un confine fisico che ne frammenti il libero movimento. Tale situazione è figlia dell’accordo del Venerdì Santo (accordo di Belfast) del 1998, grazie al quale si è posto fine alla spirale di estrema violenza che ha devastato le meravigliose terre d’Irlanda negli ultimi trent’anni del Novecento.
Il traballante governo inglese di Theresa May deve dunque mantenere effettivo l’accordo di Belfast e realizzare la Brexit, in un quadro che lo vede pressato sia dal ritorno di fiamma del nazionalismo irlandese che fiuta un’occasione d’oro per il sogno unitario, sia dai pro-UE che proprio non riescono ad accettare l’esito del famoso referendum. Non ci si può infine dimenticare della solida e collaudata componente di irlandesi lealisti, sempre dalla parte della Corona e, come la May, avversi categoricamente alla creazione di un’area doganale che unisca Irlanda e Irlanda del Nord: l’integrità della Gran Bretagna non si discute.

La partita ha dunque tanti interpreti, piccoli e grandi che siano, ma andando oltre la mera discussione tecnica, sarebbe bene avere una visione d’ insieme sulla struttura ideologica che sostiene le istanze delle varie parti in gara. Bisogna partire dalla base: il Regno Unito ha da sempre un atteggiamento possessivo nei confronti dell’Irlanda, che vive questo rapporto da subordinata a causa dell’evidente gap economico e strutturale con la Corona. Questo tipo d’aggressività si concretizza nell’esistenza dell’Irlanda del Nord. Non tenere neanche conto della proposta per la creazione dell’unione doganale, dimostra che persiste una certa paura nel rendere l’Irlanda del Nord “diversa” dal Regno Unito, poiché, tra le altre cose, si potrebbe legittimare chi ne contesta l’appartenenza alla Corona.

È dunque importante capire la posizione dei nazionalisti irlandesi: “Brexit: England’s difficult, Ireland’s opportunity”. In questa massima, coniata dagli attivisti irlandesi del Gael Force Art, possiamo racchiudere il sogno unitario del nazionalismo extraparlamentare. Nelle più alte aule, su posizioni più temprate vi è Sinn Fein, maggior partito irlandese e da sempre sostenitore dell’unione dell’Isola, il quale “si limita” a criticare fortemente la Brexit. Tale pensiero non è, come si potrebbe credere, un saluto favorevole alle politiche dell’Unione Europea che, tanto per cambiare, anche in Irlanda hanno fatto disperare famiglie e ceti medio bassi. La critica alla Brexit va inquadrata bensì nella ricerca di un male minore di fronte a un reale pericolo di divisione fisica del territorio, nel caso il Regno Unito si veda costretto a innalzare muri al confine irlandese.

Dal fronte UE, nessun miglioramento. Come di consueto, le uniche istanze a dare la credibilità a questa istituzione riguardano solo ed esclusivamente la libera circolazione di uomini e merci. Che questi ultimi siano due fattori importantissimi è indubbio, ma anche in questa occasione non vi è nemmeno l’ombra di una cultura politica europea che possa avere un ruolo ideologico di unione tra due o più popoli del Vecchio Continente. Gli stessi manifestanti anti-Brexit di Londra rivelano ciò che realmente è l’Unione Europea, e cioè quanto di più lontano vi sia dalla sovranità popolare. Marciare per mettere in discussione un referendum non significa altro che dimostrare quanto siano demofobici gli europeisti e quanto in realtà questa Unione non promuova un dialogo tra tanti popoli liberi ma l’ emergere di una massa omogenea senza identità.
E’ altresì vergognoso, infine, attribuire il ruolo di garante e artefice della pace in Irlanda all’Unione Europea, la stessa istituzione che nel decennio Thatcher ha permesso, sul proprio suolo, nelle prigioni inglesi, senza muovere un dito, l’ordinaria violazione di ogni diritto umano conosciuto da parte di un paese membro nei confronti di cittadini europei, i detenuti irlandesi. Un fratricidio ingiustificabile che pesa sulla nostra coscienza di europei, quella che ogni degno cittadino del continente dovrebbe avere, di certo non costruita a suon di neoliberismo, integrazione e austerità.