Se ne è parlato a lungo nelle ultime settimane, eppure è ancora arduo definire quale, veramente, sia il divario capitale tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle. È paradossale: più le differenze sono oggetto di disamina, più il comune sentimento diventa quella di un unico, grande e nebuloso partitone antisistema, una bestiale Lega a Cinque Stelle. Quasi come se l’accrescersi del caotico nebbione che ormai abita la mente dei lettori di giornali fosse direttamente proporzionale al susseguirsi dei proclami dei cronisti. Quale maniera, allora, per scandire in via definitiva lo iato che distingue tra loro i vincitori del 4 marzo?

Non la voce di un analista nostrano, ma quella di Bannon, lo stratega di Donald Trump, volle evidenziare, poche ore prima delle ultime elezioni italiane, la laicità dell’uno contro il tradizionalismo dell’altro, l’antisistemica abulia in opposizione a un programma d’azione, auspicandone l’intesa unitaria. In questi giorni però, dopo aver assistito al valzer delle aule parlamentari per l’elezione dei suoi presidenti, c’è senz’alcun dubbio qualcosa in più da registrare, oltre al bifrontismo del Movimento che ha bisogno di alleanze e all’isolamento del PD. Si tratta del ruolo non proprio comprimario della Lega Salviniana. Quella stessa Lega che venerdì scorso ha deciso di fare in massa il nome di Anna Maria Bernini per la presidenza del Senato. Linea d’azione, questa, non digerita dal senatur, Umberto Bossi: “Se saltano il Veneto e la Lombardia, lo impiccano come l’amico Mussolini” (Salvini, ndr). Perché mai parlare dell’ormai ex segretario federale quando la Lega che si vuol comprendere è quella del Matteo milanese? Per quanto sia curioso, queste sono, invece, parole eloquentissime, indizi rivelatori di quanto avviene nel grande stomaco leghista: il partito di Salvini, nonostante la trasmutazione che l’ha proiettato sul campo nazionale, mantiene il proprio bacino essenziale in Padania, in quelle Lombardia e Veneto che da tempo amministra insieme a Forza Italia. Come non riconoscere, allora, la saggezza dell’ex segretario che mette in guardia l’attuale, più giovane, dai pericoli mortali cui potrebbe esporre uno sgarbo al partito di Berlusconi? Salvini ha vinto la partita, non c’è dubbio, eppure la sua Lega è ancora legata a doppio filo a FI proprio lì, nel suo nocciolo d’origine ⎼ la Padania ⎼, che è indicibilmente essenziale alla sua sopravvivenza e che, pertanto, è indispensabile governare nel miglior modo possibile: il rischio di vedere i forzisti all’opposizione in Lombardia e Veneto è verosimilmente il peggior incubo di Matteo Salvini. Ecco, dunque, che il primo partito del centrodestra deve, da una parte, tenere a bada l’alleato e dall’altra, però, continuare a nutrire la sete di governo che ripete, ininterrottamente, due parole: Cinque Stelle, ovvero il nemico più grande dell’ex Cavaliere. Il Movimento, dal canto suo, non avrà, come il Carroccio, interessi di tal sorta cui badare, almeno nel prossimo futuro.

È questa, allora, la natura contradditoria della Lega dopo il 4 marzo, il vero volto di un partito fondamentale per la formazione dell’esecutivo e che, tuttavia, non può fare a meno di pensare alla Padania e alla stabilità del suo governo, dunque alla coesione del centrodestra. Se quanto Machiavelli scrisse al Signore di Firenze vale anche per gli alleati politici, allora a Berlusconi toccherà in sorte d’esser spento, se non sarà vezzeggiato. Tale è, oggi, il quesito Salviniano: vedremo se il segretario leghista sarà all’altezza della nuova sfida: coniugare il “Prima gli italiani”, che oggi si traduce nel bisogno di un governo stabile ⎼ ciò che solo i due vincitori possono garantire (che si intenda tornare al voto o meno) ⎼ e la tutela dell’equilibrio amministrativo nel cuore del Nord. Questa è l’importanza della Padania, oggi, per tutta l’Italia.