Li chiamano “piani di ristrutturazione” e si fanno strada ogni qualvolta si ravvisi una crisi finanziaria che coinvolga un gruppo industriale, una banca o un’azienda di notevoli dimensioni, ma nonostante l’idilliaco nome non si tratta di altro se non di licenziamenti e riduzione della produzione. Dopo l’annuncio dei circa 18 mila esuberi da parte di Deutsche Bank nelle filiali di tutto il mondo, non si ferma alla banca più potente d’Europa questa scia di massivi licenziamenti, che ora coinvolgono anche un altro istituto di credito, Unicredit, e la casa automobilistica giapponese Nissan.

I dirigenti di Nissan hanno infatti dichiarato un maxi-piano di risanamento che si concluderà entro il 2023, travolgendo ben 12.500 dipendenti (il 7% dei suoi 139 mila totali) dislocati nelle sedi in giro per il mondo. Una ristrutturazione che evidenzia una crisi non da poco per la seconda casa automobilistica del Giappone, subito dopo Toyota, scoppiata dopo due anni complicati in termini di vendite e sofferenze finanziarie, con un crollo del valore del 95,8%, che hanno altresì indistintamente colpito altre case dello stesso settore manifatturiero, le quali, soltanto nell’ultimo periodo, hanno registrato un incremento degli annunci di licenziamenti, mettendo a rischio fino a 32 mila posti di lavoro. Pertanto un quarto di quelli perduti fino ad ora nel 2019 sono esclusivamente legati al settore automobilistico mondiale, il quale fa riferimento culturalmente all’errata convinzione secondo cui alle mancate vendite si deve rispondere con un aumento della produzione, evidentemente insufficiente.

Al contrario, il problema per tali multinazionali, su scala globale, è il calo della domanda e del potere d’acquisto di beni costosi di gran parte della popolazione, per cui continuare a produrre all’infinito risulta completamente inutile e dispendioso. Tant’è che oltre ai licenziamenti Nissan provvederà anche a diminuire la produzione del 10%, il tutto per essere più competitiva su un mercato globale che ha smembrato in ogni sua parte l’azienda stessa sin dagli anni ’90, quando, a seguito della sua prima grande crisi, il primo piano di risanamento ne ha fatto uno spezzatino di azioni in mano per la maggioranza a Renault – basti pensare che Nissan non ha più nemmeno dei rappresentanti giapponesi in consiglio d’amministrazione, ed è uno dei motivi per cui la fusione con FCA non ha avuto luogo.

Proprio per questo oggi di nipponico la Renault-Nissan-Mitsubishi Alliance ha ben poco, come accade per gran parte delle case di produzione mondiali, le cui bandierine di provenienza sono quanto di più farlocco possa esistere. Al di là della compravendita di azioni sull’intangibile mercato globale finanziario, tra i prodotti fisici vi sono i modelli Micra e Zoe elettrica che vengono fatti in Francia, mentre nei grandi impianti inglesi di Sunderland vengono costruite le Nissan Qashqai e Juke. Effettivamente numeri così elevati di licenziamenti sarebbero stati alquanto strani nella patria dell’occupazione asiatica per eccellenza (raggiunta anche grazie al deficit pubblico tanto odiato dai soloni nostrani), ove la disoccupazione a malapena arriva al 2,5%.

L’altro schiaffo ai lavoratori arriva invece da un settore bancario in pessima forma, con buona pace delle serafiche agenzie di rating, le quali elargiscono i loro più egregi giudizi a destra e a manca agli istituti peggiori sulla piazza. Si tratta di Unicredit, la quale, dopo aver tentato l’assalto a Commerzbank ad aprile, taglierà circa 10 mila dipendenti (dimezzati dal 2008) e si è già messa in moto per smaltire la sua non indifferente quota di crediti in sofferenza. Niente solitudine però, non c’è da temere. Sarà in bella compagnia per via dell’iter di snellimento drastico avviato dal capitan immondizia per derivati in Europa, Deutsche Bank, con cui tutte le banche europee, ed oltre, hanno strettissimi, ingarbugliati, rapporti. Quant’è bella la globalizzazione che nelle banche tuttavia… e in tutti i settori in realtà, allo stremo delle forze competitive finiscono a veder incrementare esponenzialmente i danni materiali di una guerra invisibile sui numeri della competizione feroce, dove i licenziamenti, assieme al marciume finanziario e ai poveracci che ci rimettono, davvero non conoscono confini.