L’entusiasmo che ha accolto l’assegnazione all’Italia delle Olimpiadi invernali 2026 ha del patetico. Il mantra delle grandi manifestazioni è duro a morire. Certo ci sono le lobbies interessate che spingono, ma in buona parte l’entusiasmo è frutto di semplice imbecillità.

Qualcuno che si chieda perché molte città non si candidano più per le olimpiadi oppure, se sottopongono la candidatura a referendum, vincono i NO? Perché, giusto per le olimpiadi 2026 la popolazione di Innsbruck ha votato contro e Sion e Calgary si sono ritirate? Perché nessuno ricorda come il debito che Torino si trascina di giunta in giunta è nato proprio con le olimpiadi invernali del 2006? Oppure, parlando di quelle estive, nessuno cita il fatto che le olimpiadi di Atene del 2004 furono un bagno di sangue per la già povera Grecia?

Noi invece le abbiamo fortemente volute quelle del 2026: ecco dunque i vari Malagò, l’immarcescibile Christillin, l’altrettanto sempiterno Luca Cordero di Montezemolo, con l’alta benedizione del soporifero presidente Mattarella, eccoli a Losanna ad esultare per l’agognata assegnazione.

Dicono che non si faranno nuove opere, eccetto i villaggi olimpici, e un nuovo palazzetto a Milano in quartiere Santa Giulia. Si spenderebbero solo 350 milioni e già uno studio dell’Università la Sapienza si affretta a prevedere un ritorno di 2,3 miliardi di euro. Insomma, un vero affare: chi si è ritirato non ha capito proprio nulla.

Ma, come ricorda giustamente la mia cara amica e giornalista Elisabetta Corrà, quello che fa più specie è che “la neve è estinta”, la materia prima di una olimpiade invernale non esiste pressoché più. Ed al capezzale delle grandi manifestazioni, come delle gare di Coppa del Mondo, viene letteralmente in soccorso la tecnologia con la neve finta, sparata, artificiale o programmata che dir si voglia. Finché le temperature consentiranno di sparare. Poi la festa sarà finita per sempre. Come saranno finiti i ghiacciai delle Alpi e la calotta artica. Orsù, festeggiamo: in fondo, si vive alla giornata.