Errare è umano, perseverare è diabolico. O anche: la storia insegna. Due massime auree fatte per dirci che se siamo inciampati una volta, faremo attenzione a non inciampare una seconda, per lo meno non nella stessa buca. Massime auree che oggi vogliamo rinfrescare al caro Ferruccio de Bortoli. Ma facciamo un passo indietro.

È il 21 gennaio e Open se ne esce con un articolo dal titolo: “Pizzaioli, informatici, camerieri: tutti lavori che nessuno vuole fare”. Analizzando i dati forniti da Excelsior Unioncamere, Seghezzi, autore del pezzo in questione, osserva come esistano decine di migliaia di posti di lavoro per i quali non occorre essere altamente qualificati o aver intrapreso precedentemente percorsi di studio mirati. Ciò che serve, piuttosto, è la voglia di fare, che – si legge tra le righe – scarseggerebbe tra gli italiani e, in particolare, tra i giovani.

Di cosa parliamo? Ad esempio degli 11 mila camerieri di sala richiesti dai ristoranti in Italia, con una difficoltà di reperimento del personale del 23% (23 camerieri su 100 non si trovano). O dei 6.040 aiuto cuoco, il 42% dei quali non si riesce a trovare. O ancora, per restare nel settore, 2.600 operatrici di mensa. E stiamo parlando solo del mese di gennaio 2019.

Tutto molto interessante, se non fosse per il fatto che i dati riportati sono stati ottenuti attraverso questionari, compilati mensilmente dalle imprese, le quali dichiarano le posizioni aperte, la tipologia contrattuale e la difficoltà di reperimento della figura. Questo significa che quella presa in considerazione è solo una faccia della medaglia; l’altra faccia, quella dei lavoratori, non ha tardato a esprimersi nei commenti sottostanti al post. Il quadro che ne viene fuori è che queste posizioni aperte non sarebbero poi così desiderabili come potrebbero apparire ad un primo sguardo. Scrive, tra i tanti, Simone:

Vi dico io perché non si trovano camerieri. I ristoranti chiedono pranzo e cena tutti i giorni, stipendi tra i €1000 e i €1500 (se sei fortunato) per 12 ore di lavoro (se sei fortunato) o 15. Gli hotel chiedono il servizio della colazione e della cena e se serve il servizio del pranzo (se serve) per uno stipendio tra i €1100 e i €1300 (grazie) senza giorno libero (schiavitù?). E magari chiedono anche il corso da sommelier e di parlare 3 lingue. E se hai fortuna rimedi un contratto part time in cui risulta la metà dello stipendio. Molti non danno la tredicesima e il TFR te lo puoi sognare. In cucina la situazione è anche peggiore. Per me possono anche chiudere tutti, io vado a lavorare all’estero.

E non è certo l’unico. L’Istat infatti, in un report sulla mobilità interna e le migrazioni internazionali della popolazione residente, ci fa sapere che negli ultimi cinque anni sono oltre 244mila i giovani over 25 che hanno lasciato il paese, di cui il 64% con titolo di studio medio-alto. Cosa se ne deduce? Che il lavoro c’è, ma non è tutto uguale. Open a questo punto raddrizza il tiro, chiede ai propri lettori di condividere le proprie disavventure con la redazione, e il 22 gennaio esce con un nuovo articolo, sempre del sopracitato Seghezzi. Onore al merito, questa volta ad emergere è una realtà lavorativa molto più sfaccettata e complessa, che va interrogata al di là delle trite e ritrite retoriche di chi si divide tra la caccia ai bamboccioni e il vittimismo complottista.

A questo punto possiamo finalmente passare a de Bortoli, che entra in scena con aria spaesata: si è perso tutto il film, ma vuole comunque dire la sua. È il 28 gennaio e il Corriere titola: Il lavoro che c’è. Ma ci interessa?. Questo articolo non è altro che la piatta riproposizione del pezzo di Open uscito esattamente una settimana prima, declinato in chiave anti reddito di cittadinanza, farcito con giudizi decisamente più netti e insofferenti circa la volenterosità dei disoccupati italiani:

Le statistiche rivelano una realtà amara. […] Gli ultimi dati Excelsior Unioncamere rivelano lesistenza di migliaia di posti di lavoro che non richiedono elevate qualificazioni. Con un podi buona volontà (quella che il reddito di cittadinanza non stimola) sono posizioni aperte a chiunque.

E ancora:

Domanda: il reddito di cittadinanza indurrà migliaia di aspiranti a un posto di lavoro di qualità a studiare di più o ad aspettare una proposta «congrua»? Oltre alle norme «antidivano», della cui efficacia è lecito dubitare, sarebbero necessarie misure di politica attiva del lavoro che spingano alla formazione, che elevino la responsabilizzazione personale. Il lavoro si cerca, non si aspetta.

Il lavoro si cerca, non si aspetta. Parole sante. Non sarà forse per questo che l’emorragia degli italiani in cerca di una proposta “congrua” all’estero, lungi dall’arrestarsi, s’aggrava tragicamente ogni anno che passa? Non sarà forse per questo che anziché immolarsi sul blasfemo altare dello sfruttamento lavorativo si cerca di meglio, almeno fintanto che non si è ridotti alla fame? La guerra al ribasso contrattuale tra poveri non è mai una vittoria, semmai la più tragica delle sconfitte.