La società liberale è schizofrenica, e in ciò vive il suo dramma e la sua fortuna. L’indeterminatezza della società è il destino inevitabile del liberalismo occidentale: per questa ragione l’occidente contemporaneo, liberale in fase terminale, è autenticamente apocalittico. C’è però una tendenza, tutta a guida anglosassone, che emerge dalla nebbia del deliquio tardomoderno e che in principio trasforma l’ingenuo in uomo di speranza, ma che poi si rivela, diradatasi la nebbia, per la schifezza che non può non essere. È la tendenza alla negazione, quella della finta rivoluzione progressista, agli occhi della quale è reazionario non negare, con il sostegno farmacologico della triptorelina, la pubertà all’adolescente che ne faccia richiesta in quanto gender variant. La negazione, che del progressismo è sempre stato un mezzo, oggi ne è divenuto il solo: la pubertà sembra incompatibile con l’identità di genere? Neghiamola, retrogrado non farlo.

Il progressismo assoluto è la nuova religione maniacale, che non bada più alle conseguenze del suo agire, che ovunque trova un limite da abbattere, che esaspera il principio secolare di libertà al punto di pretendere il diritto di ciascuno di diventare un eterno adolescente. Ecco, contro questo mostro ideologico non si ha più la forza di esibire l’esasperazione morale, all’uomo moderno è rimasta solo la stanchezza esistenziale. Forse la ricerca infinita di nuove libertà non è tanto meglio di una manciata, piccola ormai, di tabù. Una manciata di tabù è meglio della società auspicata dagli intenti ultraliberali di un progressismo la cui definizione più esatta ha natura estetica: dadaista.

Dada non significa nulla: è ciò che si deve intendere alla lettera per capire quanto sia paradossalmente solenne il comando nichilista dell’anti-arte di Tzara e Duchamp. Come il dadaismo, il progressismo di oggi è nichilista, avanza negando: il Dada è vivo, vivissimo nell’infinita ricerca libertaria del terzo millennio, che è la figlia brutta di un movimento divino e diabolico alla nascita. Non ingannatevi sulla paternità: il sessantotto è morto nel sessantanove: uno sputo novecentesco, in confronto al Dada. Un cesso fu icona dadaista: Duchamp travestì un orinatoio da fontana: negativamente il primo aspira il piscio dentro a sé, il secondo è baluardo antico dell’arte scultorea che positivamente, invece, espelle da sé l’acqua. E allora che società può auspicare il progressismo dadaista, se non la società orinatoio? Quella dadaista è l’anti-arte che si fa chiamare arte, come la (anti)società progressista, che del contrario porta solo il nome e che in sé risucchia i limiti del vecchio mondo. Se doveste mai trovarvi davanti a una società orinatoio, allora, non esitate: pisciateci dentro.