Pochi giorni fa il Presidente russo Vladimir Putin ha annunciato, durante la conferenza di inizio anno, la volontà di una profonda modifica costituzionale. Ciò è avvenuto in un momento storico ben preciso per la Russia: a partire dal 2024, infatti, Vladimir Putin dovrà cedere il passo ad un nuovo Capo dello Stato, essendo già stato rieletto per la seconda volta consecutiva.

L’oggetto principale della proposta riguarda una modifica alla Costituzione per la nomina del Primo Ministro. In base all’attuale formula, in vigore dal 1993, il Capo del Governo è nominato direttamente dal Presidente, secondo i dettami di un sistema presidenziale puro. Putin, invece, vorrebbe passare il testimone di tale incombenza alla Duma di Stato, la Camera bassa del Parlamento russo, che è composta dai rappresentanti di tutti i soggetti federali del Paese. Tale modifica farebbe transitare il Paese verso un sistema semi-presidenziale, in cui avverrebbe una decentralizzazione del potere verso tutte le entità governative, grazie all’elezione dei rappresentanti del popolo in ogni angolo della Russia. D’altro canto, la conclusione del mandato di Putin aprirà gli scenari della successione al Presidentissimo, innescando delle inevitabili lotte di potere tra le Torri del Cremlino per convergere unanimamente sul nome del successore, garante dei gruppi di pressione del Paese. La scelta di Medvedev, come da lui stesso giustificato in un’intervista rilasciata al Pervy Kanal, altro non è che un atto dovuto per segnare la conclusione di una esperienza politica, per permettere a Putin di aprire il nuovo corso senza legami politici col passato. È per questo quindi che Mishustin, già collega di Putin nel 1999, quando sono stati entrambi Vice-Primo Ministro, è subentrato a Medvedev. Non è un caso, tuttavia, che siano rimasti nella “squadra”, due personalità note come Sergey Lavrov e Sergey Shoygu: Il primo, il migliore diplomatico di Russia, già ambasciatore all’Onu, uomo chiave dei tavoli internazionali in Ucraina e in Siria, è sicuramente irrinunciabile per mantenere continuità nella politica estera del Paese; il secondo, uomo forte della lobby militare russa, indicato in passato come potenziale successore di Putin, resta al suo posto a garanzia delle istituzioni militari, anche in virtù dell’impegno di uomini e mezzi negli scenari geopolitici.

La condizione del Paese reale, a seguito di una pesante crisi economica dettata dall’esposizione politica e militare russa sui fronti caldi dell’Ucraina e della Siria, è in dissesto. La riforma pensionistica, voluta dal governo e fortemente osteggiata dal popolo, è un segnale delle necessità sia delle casse statali, sia della popolazione. La società russa sta cambiando, e il sistema politico deve adeguarsi. La scelta politica di Putin, vista come autoritaria, in realtà è una forma di bilanciamento dei poteri dello Stato in una Costituzione che, se pur recente, è figlia della necessità di controllo in un apparato costruito dalle macerie dell’Unione Sovietica; il completo lassez-faire generato dalla spinta liberista, innescata dall’esterno, ha contribuito a creare disagio sociale e povertà. La Russia è un Paese decisamente troppo esteso per mantenere il controllo da Mosca, e per questo c’è bisogno di generare consenso diffuso riformando la struttura dello Stato nel modo più equilibrato possibile.