Ricordate i quotidiani e i telegiornali dei giorni scorsi? Abbiamo assistito a vesti stracciate, servizi indignati, giornalisti allarmati. Sembrava davvero aperta la caccia a un nuovo dittatore sanguinario d’Oriente: Kim Jong-un. Nel primo pomeriggio del 30 maggio, infatti, su tutti i canali arriva la notizia: il leader nordcoreano avrebbe giustiziato i responsabili del fallito summit con gli USA, internato il braccio destro Kim Yong-chol in un campo di rieducazione e severamente ammonito la sorella. Altri cinque funzionari del Ministero degli esteri sarebbero stati infine fucilati all’aeroporto Mirim a Pyongyang con l’accusa di spionaggio a favore degli Stati Uniti. Un’ondata di violenza che molti hanno creduto così disastrosa, da ritenerla quasi incredibile. E non si sbagliavano.

È di oggi, infatti, la smentita da parte di tutte le agenzie: Kim Yong-chol è riapparso in pubblico, la sorella è al fianco del dittatore e la CNN, la principale responsabile della diffusione della terrificante notizia, ha drasticamente ridotto la portata della violenza perpetrata dal mostro nordcoreano da “fucilazioni ed epurazioni” a “processi e ridimensionamenti di potere”.

Siamo di fronte, come al solito, all’ennesima prova dell’inaffidabilità del nostro sistema giornalisticoGli stessi che, spesso e volentieri, si ergono a difensori della vera informazione, sentendosi l’ultimo baluardo contro le tanto temute fake news, cadono costantemente nella più grande malattia della stampa nostrana: la maniacale ricerca della notizia-bomba.

Dietro a un’informazione che deve cercare di essere la più veritiera possibile, si celano, e non sono poi così nascosti, gli astuti metodi di giochi al rialzo per ingigantire i fatti e, naturalmente, aumentare gli incassi. Così nasce la folle corsa alla notizia-lampo, che porta a una mancata verifica delle fonti e, soprattutto, all’attesa di riscontri più credibili. Aggiungiamoci un pizzico di servilismo filo-americano, una spruzzata di raccomandazione e ci troviamo sulla tavola un giornale medio italiano, fresco di stampa.

È un bel daffare, poi, per le stesse agenzie, il tornare sui propri passi e cercare di uscirne il più puliti possibile nei giorni successivi. A risentirne, ovviamente, non sono le entrate di quelle testate, ma la credibilità del nostro Paese. In questo circolo vizioso di mediocrità, si inserisce anche la parentesi sulla libertà di stampa: uno dei fattori principali di valutazione per RSF è, appunto, la credibilità che ogni quotidiano ottiene nel proprio territorio, grazie alla quale i giornalisti rimangono protetti da pubbliche accuse e i cittadini continuano ad affidarsi a fonti certe – o quantomeno ritenute tali. Ebbene, in questa importante classifica, l’Italia figura al quarantatreesimo posto, tra gli ultimi in Europa.

C’è effettivamente qualcosa che non va. Com’è noto a tutti, però, questa situazione non è certamente nuova. Quel gran visionario di Giorgio Gaber già negli anni ‘90 cantava: “Chi ama troppo l’informazione oltre a non sapere niente è anche più coglione”.