We must resist, we must resist”. Assange viene portato via con difficoltà, mentre urla alle telecamere che “United Kingdom has no civility”. Quello che appare nei filmati della BBC e della CBC è un uomo affaticato nel fisico ma temprato nello spirito: nel giugno del 2018 il British Medical Journal aveva inviato un medico specialista nell’ambasciata ecuadoriana in cui Assange risiedeva forzatamente, il quale descrisse la sua condizione nei seguenti termini:

«Assange soffre sia fisicamente che psicologicamente per una prolungata detenzione – come già rilevato in una precedente valutazione del 2015 (si trovava lì dal 2012 ndr), la detenzione continua a causare un deterioramento generale delle sue condizioni e costituisce un trattamento crudele, disumano e degradante. All’interno dell’ambasciata è confinato principalmente in una sola stanza e non ha avuto alcun accesso significativo all’esterno o alla luce naturale per sei anni […] le restrizioni cui è costretto incrementano il rischio di stress post-traumatico, depressione e suicidio».

La posizione di Assange è notevolmente peggiorata a seguito del cambio di presidenza in Ecuador. A concedergli l’iniziale possibilità di restare in ambasciata fu il governo Correa, mentre l’attuale presidente Moreno lo ha definito “un sasso che mi sono ritrovato nella scarpa”. Perché Assange si trovava rinchiuso in un’ambasciata? Esistono due motivi, uno pretestuoso e uno reale. Quello pretestuoso è che è stato accusato dal tribunale di Stoccolma di reati sessuali nei confronti di due donne, uno dei quali caduto in prescrizione. La denuncia dei reati è avvenuta quasi contestualmente al rilascio di importanti dati diplomatici statunitensi su Wikileaks, che invece costituiscono il motivo reale della pressione e persecuzione giudiziaria che Assange sta subendo. Egli temeva che con il ritorno in Svezia sarebbe stato prontamente estradato con l’accusa di spionaggio negli Stati Uniti, paese in cui, per il rilascio di dati inerenti alla sicurezza nazionale, è prevista addirittura la pena di morte. I documenti riguardavano stragi e torture avvenute in Iraq, attività di spionaggio nei confronti dell’ONU e detenzioni irregolari a Guantanamo, tutte ad opera degli Stati Uniti.

Alla luce di quanto accaduto, la detenzione e l’arresto di Assange risultano essere molto importanti per la comprensione dei meccanismi e dei processi con cui si articola il potere contemporaneo. L’11 Aprile 2019 non sarà una data indifferente per l’attuale processo storico: il fondatore di una delle piattaforme che, più di ogni altra, ha lottato per la difesa della libertà e della corretta informazione, viene punito e arrestato ma non sconfitto. Wikileaks, e con essa soprattutto il suo metodo e la sua missione, gli sopravviveranno. Assange incarna la figura contemporanea del rivoluzionario, la sua punizione ed il suo sacrificio sono la vendetta di vecchi poteri morenti condotta con mezzi coercitivi obsoleti, incapaci di colpire il mezzo medesimo e costretti a punirne l’unico noto volto umano. In definitiva: Julian Assange è stato arrestato, ma il “metodo Wikileaks” non potrà mai esserlo. Ed è proprio il suo sacrificio a sancirne la vittoria finale.