Peggiorano le condizioni di salute del giornalista fondatore di Wikileaks, trasferito nell’ala ospedaliera del carcere di massima sicurezza di Belmarsh, dove è detenuto per “aver infranto la libertà condizionale“. Il rapimento, avvenuto all’interno dell’ambasciata londinese dell’Ecuador – narrato come arresto a seguito della revoca dell’asilo politico -, aveva un obiettivo assai più totalizzante del processo al singolo uomo, vale a dire testare la cortina di omertà del macrostato mediatico al servizio dei governi corrotti. Il degrado quotidiano del suo stato di salute fisico e psicologico lo ha condotto al braccio ospedaliero del carcere di Belmarsh, dal quale Assange non è più in grado di parlare nemmeno con i suoi legali. È stata la stessa Wikileaks a denunciare attraverso un comunicato la raccapricciante ed ignobile sorte del suo caporedattore, silenziato e disumanizzato da un sistema che gli ha prescritto una morte naturale ancor prima di un degno processo penale, altresì necessario per i reati sessuali di cui è accusato.

D’altra parte era chimerico immaginare un epilogo diverso per chi ha avuto il coraggio di squarciare la tela dell’informazione prezzolata e generalista, rendendosi inviso in ben cinque continenti per la viralità con la quale informazioni e documenti secretati dai più alti funzionari di Stato sono stati diffusi tra le vituperate masse. Intrecci cronistici che non hanno risparmiato nessuno, rendendo di dominio pubblico la filiera criminale che unisce governi nazionali ed organizzazioni internazionali, interessi geopolitici ed interessi economici, affari bellici e disastri ambientali. Julian Assange ha risvegliato la coscienza del pericolo che si credeva incenerito tra le macerie della seconda guerra mondiale o tra i pezzi di calce del Muro di Berlino: lo spionaggio di massa da parte dello Stato e delle sue agenzie. Lo ha fatto ad armi pari, tecnologia su tecnologia, informatore per informatore, inconsciamente consapevole che la sua protezione sarebbe stata ad interim fino alla riscrittura di alcuni scenari ed al fisiologico ricambio dei soggetti all’interno del sistema.

Reo di aver tirato la volata alla candidatura di Donald Trump per via degli scottanti documenti pubblicati sull’amministrazione Obama – ed in particolare sull’ex segretario di stato Hillary Clinton -, Assange è andato inevitabilmente incontro al suo destino di vittima sacrificale di un sistema bipolare – quello americano – che ogni volta cambia affinché nulla cambi. La punizione magistrale che si intende dare al regista di un sistema d’informazione diretto e partecipativo quale Wikileaks ha sfaccettature emotive ed educative ben diverse dal piombo, che gli avrebbe volentieri riservato qualche Stato dalle tradizioni non troppo democratiche, dove il giornalismo è allineato o perseguitato senza ricorrere ai termini di legge. La morte lenta, l’eclissi mediatica, la scarnificazione del corpo e dell’anima ed il silenzio delle organizzazioni internazionali, governative e non, sulla vicenda Assange – eccezion fatta per il relatore speciale delle Nazioni Unite Nils Melzer che ha riscontrato, durante una visita in carcere, evidenti segni di torture psicologiche di cui è stato vittima il giornalista – sono il sadico copione di un finale già deciso, annodato al monito di non osare troppo con la libera informazione.

Nessuno nutre l’interesse nel fare di Julian Assange un martire, nessuno vuole assurgerlo a icona dell’inquisizione da parte degli uomini più potenti del pianeta, tantomeno si desidera stendere un velo di emotività e partecipazione alla sua sorte. Il pericolo più grande per i giganti della politica e dell’economia non è Assange, ma l’ammirazione o l’emulazione che il medesimo potrebbe spargere come sale in menti completamente asciutte di informazioni e pensieri, tanto più dovesse essere assolto o ucciso da terzi. Lasciandolo morire da sé e in solitudine si disinnesca una carica emotiva e simbolica non indifferente, da far esplodere poi successivamente a proposito di temi più urgenti e significativi per la classe dominante. La catena di montaggio e smontaggio dell’informazione viaggia ormai a ritmi impazziti sotto l’occhio zelante di chi controlla i controllori: oggi il potere neutralizza la sete di giustizia oscurando i caduti e, concentrato nel suo disegno di accentrare risorse, depredare materie prime, assoldare delatori, confliggere sui dazi, riassemblare confini e confezionare l’informazione su misura, non consentirà certo ad un uomo morto come Assange di risorgere per farsi fare la guerra.