Gli italiani scappano, ancora. Sono infatti 5,1 milioni gli italiani residenti all’estero registrati nel 2018, 2 milioni in più del 2006, ed in costante e progressivo aumento. Il lento e perpetuo logoramento dei legami sociali, corroborato da un’atarassia schematica della proposta politica odierna, hanno confermato quella tendenza tutta italiana nel voler cercare una risposta nel fuori, nel lontano e nel nuovo. Il 56% di quel ritrovato popolo della globalizzazione si colloca in un’età compresa tra i 18 e 44 anni: studenti, laureati, ma anche professori, dottori, meccanici, lavapiatti e magazzinieri. L’esercito dei nuovi sfruttati, che si convince a deambulare in mezzo al mondo, con la consapevolezza che non ha più senso sacrificarsi per un Paese che sembra non averli mai voluti accettare. Ma anche intere famiglie, genitori e figli che abbandonano il proprio paesino a ridosso delle montagne per divenire strumento interscambiabile della grande catena staccata e mobile del capitale umano. La certezza della sua sopravvivenza risiede nella proliferazione incontrollata, che non deve saper più distinguere le identità per farne risaltare la loro coesa e spontanea grandeur, bensì con l’unico obiettivo di alimentarne il conflitto, la competizione, il fratricidio dell’assenza.

In quel miscuglio di volti e di occhi, l’anzianità si fa forza con la gioventù della disperazione, della rassegnazione.  E tuttavia, pensare che la trita polemica sulla povertà della domanda economica e lavorativa in Italia da sola possa spiegare l’emigrazione di queste persone, è non soltanto mera semplificazione, ma allo stesso tempo dimostra scarsità o assenza totale di comprensione del fenomeno sociale che si porta in grembo la svalutazione dei valori culturali e sociali di un Paese, qualsiasi esso sia. Quando la deriva sulle tematiche della lotta politica rappresentano le fondamenta della maggioranza, del pensiero comune e democraticamente accettato, la risultante non può che essere un impoverimento strutturale ed iperestensivo, coinvolgente ed allo stesso tempo corpuscolare. Le varie tendenze del malcontento, generato dal fenomeno della non-rappresentanza politica e del naturale rifiuto degli stereotipi di governance – non ancora compreso dalle sinistre europee – impongono una scelta univoca alla massa: cambiare o soccombere, scappare e sopravvivere invece che restare e sperare di poter avere anche domani il proprio posto di lavoro.

E’ una ricerca di dignità e identità quella che porta milioni di italiani ogni anno ad andarsene dal nostro Paese, a decidere di rinunciare alla costruzione collettiva della propria comunità per imbracciare il destino solenne del migrante economico, maschera e vestito che, ci piaccia o meno nel suo paradosso odierno, abbiamo sempre portato, in fuga continua da noi stessi.