Su tutta l’Europa ormai da decenni aleggia lo spettro delle cosiddette piccole patrie, nella maggior parte dei casi si tratta di regioni con un’identità culturale più o meno distinta dal resto della nazione d’appartenenza, che facendo leva sul principio di autodeterminazione dei popoli dichiarano istanze secessioniste. Il diritto all’autodeterminazione, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite (1945) e ribadito nella Dichiarazione dell’Assemblea generale sull’indipendenza dei popoli coloniali (1960), è stato un valido strumento per l’ONU nella fase di decolonizzazione ed oggi rimane un’arma efficace da brandire contro le nazioni ostili alle politiche mondialiste. L’esempio più calzante è quello della Serbia che ha dovuto assistere impotente all’autoproclamazione d’indipendenza del Kosovo filo-americano. Dunque non c’è da meravigliarsi se alla luce del recente fenomeno sovranista, che resta l’ultimo mezzo utile contro l’oppressione della finanza internazionale, da più parti si ripetono attacchi all’integrità degli stati nazionali per indebolirli e spegnere le ultime resistenze al progetto mondialista. Si potrebbero riportare gli esempi di Scozia e Catalogna rispettivamente nel Regno Unito e in Spagna ma, in virtù delle spinte autonomiste di casa nostra, è necessario innanzitutto rimarcare il granitico e irrinunciabile impegno all’unità d’Italia.

Si badi bene l’Unità nazionale è una questione di popolo, per questo non ascrivibile né alla destra né alla sinistra. Si tratta in definitiva di difendere quel diritto alla sovranità che deve essere esercitato dagli italiani all’interno della propria nazione, una sovranità che va tutelata sia dai nemici esterni: alta finanza internazionale, ONG e pressioni vaticane, sia da quelli interni: politica corrotta, mafie e movimenti secessionisti anti-nazionali. In quanto a questi ultimi seppur si dovrà ribadire l’ovvio… andrà fatto!

Chi ancora oggi afferma che “la parola Italia è un’espressione geografica”, dimentica che già il mantovano Virgilio, più di duemila anni fa, fece dire ad Enea nel suo viaggio di ritorno verso la terra dei padri: Italiam quaero patriam et genus ab Iove summo (Cerco la patria Italia e gli avi miei, nati dal sommo Giove), altro che espressione geografica! In tutta l’Eneide viene espressamente ribadito il concetto di una stirpe strettamente collegata al suolo italico, dalla penisola italiana partì infatti il capostipite dei troiani Dardano ed è qui che Enea tornerà per volontà del fato. Si dirà che dall’Italia augustea ad oggi si sono susseguite svariate dominazioni e che il sentore delle comuni radici latine sia andato affievolendosi ma gli eventi storici hanno dimostrato l’esatto contrario; tra i Mille la stragrande maggioranza dei volontari garibaldini era di origine lombarda e tutta l’azione risorgimentale era tesa alla riconquista di una nazione attorno alla sua capitale naturale che era Roma. Davanti a chi  ancora oggi dimentica questo ruolo centrale dell’Urbe, innalzeremo gli esempi di Mazzini e Gioberti, a chi lamenta oppressioni fiscali ricorderemo il sacrificio di tutti gli italiani (meridionali e settentrionali) che sul Piave cementificarono col proprio sangue l’agognata Unità.

Oggi, a cento anni da quell’epica battaglia da cui uscimmo vittoriosi, noi siamo chiamati a respingere i tentacoli delle banche internazionali e la tecnocrazia di Bruxelles con la stessa veemenza e  caparbietà con cui i nostri nonni e bis-nonni hanno ricacciato gli austriaci al di là delle Alpi. L’Italia, la nostra patria, sarà l’unica stella polare, poiché la patria o è grande o non è. Non ci distrarranno le sirene dello scontro di civiltà, non ci divideremo tra conservatori e progressisti, né tra settentrionali e meridionali, lasceremo cadere nel vuoto le sterili provocazioni che ci hanno portato nel baratro in cui ci troviamo. Alla falsa Europa di Bruxelles e Francoforte, asettica e tecnocratica, opporremo l’eternità di Roma, dove l’Aquila incontrò la Croce e dove ancora l’inestinguibile fuoco di Vesta arde per la libertà del suo popolo.

Lirica dell'autore

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