Una nazione ostaggio di poche decine di persone, difficilmente può considerarsi ancora tale. Il caso della Sea Watch 3 è la riprova dello scadimento del nostro prestigio e del nostro peso internazionale. La nave in questione ha oltrepassato ogni confine, fisico e legale. Aver deliberatamente ignorato l’alt delle motovedette italiane, la pone senza timore di smentita nella più completa illegalità. L’attacco al nostro paese è oramai lampante, i taxi del mare non provano neanche più ad attraccare in altre nazioni europee; attendono per giorni, davanti le nostre acque territoriali, che qualcosa si smuova, che qualcuno le autorizzi a sbarcare il loro carico di disperati in barba alla volontà del governo italiano. Questa volta, però, anche il tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha dovuto rendersi conto dell’assoluta infondatezza del presunto obbligo morale e legale dell’Italia nei confronti di questa, oramai, incancrenita situazione. Proprio il diniego del tribunale europeo, ha costretto il capitano della Sea Watch, dunque, a forzare la situazione, mettendo l’accento sul cortocircuito che l’immigrazionismo rappresenta, un cortocircuito legislativo, morale e politico.

Secondo tale dottrina, uno Stato – soprattutto se è l’Italia – non può permettersi di attuare una politica migratoria autonoma, poco importa se la maggioranza della popolazione si sia espressa esaustivamente in merito, il mantra da perseguire è quello dell’accoglienza ad ogni costo.

Il giovane capitano della nave incriminata è lo stereotipo più riuscito del tipo umano in questione: bianca, giovane, coccolata, ricca, infarcita di libertarismo e soprattutto apolide. La sua cittadinanza tedesca non è niente di più che un orpello, cittadina del mondo, crede ferocemente che i confini non esistano e che il diritto a migrare sia lapalissiano; naturalmente fin quando la regia schiavista che gli ha fornito il copione della sua vita resta di tale avviso. È assurdo dover descrivere certe situazioni parlando di politica europea, ma tant’è. Anche il governo italiano, nella fattispecie il ministro degli interni Salvini, ha una buona dose di responsabilità in questa surreale vicenda. Il pugno duro contro questa gente, gli scafisti si intende, è da leggere come semplice buon senso, niente di più. L’attività del nostro governo non può fermarsi a questo, non può e non deve scadere in uno sterile braccio di ferro dai risvolti elettorali. Dove sono gli accordi unilaterali con i paesi di origine per i rimpatri degli immigrati economici? Dov’è il peso italiano nella vicenda libica? Possibile che una politica estera autonoma debba essere, per forza, una chimera per la nostra nazione?

La situazione è grave ma non è seria; un popolo, una nazione, messi sotto scacco da una ragazzina viziata e dal carrozzone mediatico che la sorregge, come abbiamo già detto, non possono definirsi tali, del resto, fin quando l’unico scopo del governo italiano rimarrà quello elettorale, nulla potrà cambiare.