Recentemente l’Istat ha pronunciato il suo verdetto in merito alla questione della produzione e lettura dei libri in Italia. Com’era da aspettarsi l’indagine, in perfetta linea con l’andamento degli anni precedenti, rivela un drastico calo dei lettori, che ha portato dal 42% (2015) al 40,5% (2016) l’esigua popolazione dei cultori del libro. I dati del report hanno immediatamente sollevato l’indignazione e il clamore generale, specialmente in quell’ambiente intellettuale che domina i mezzi di comunicazione di massa. È abbastanza chiaro oggi, che sempre meno italiani sono disposti a dedicare del tempo alla lettura, né tantomeno ad acquistarne di libri. Finalmente una buona notizia!

Evidentemente il popolo italiano sta cominciando a sentire puzza di marcio nelle librerie, anziché il fresco odore della carta. Da ciò, il dato concreto su cui occorre riflettere non è tanto il modo in cui invogliare persone a leggere, ma la causa che ha spinto quella percentuale di italiani ad abbandonare la lettura: dobbiamo domandarci se, in fin dei conti, sia un male questo, quando l’orizzonte letterario non offra in realtà nessuna prospettiva soddisfacente per l’accrescimento interiore. Ecco quindi, che non dobbiamo chiedere agli italiani di leggere in misura maggiore, quanto piuttosto agli scrittori di saper essere artisti autentici e completi. Eppure, chi fa le spese di questo risentimento collettivo, di popolo ferito nell’orgoglio, è l’uomo comune, l’italiano medio, a cui non si perdona né la passività culturale desunta, né il non possedere libri. La massa febbricitante scaglia ogni sorta di invettiva contro questo archetipo, credendo di stare dalla giusta parte della barricata, come se leggere fosse una guerra, una gara. La moderna civiltà degli eccessi ha portato alle estreme conseguenze anche quel piacere autentico che si poteva trarre dalla lettura di un libro.

Non importa cosa si legga o se si comprenda ciò che si legge, purché se ne faccia continua mostra sul palcoscenico delle apparenze. Il libro in sé diventa un fine per decantare una supposta superiorità intellettuale, o un prodotto di consumo di massa, e non un mezzo nobile per l’accrescimento spirituale dell’individuo. E la lettura una sorta di funzione religiosa a cui si attribuisce il potere di salvare, redimere e cambiare le coscienze umane. Come se l’atto contenesse in sé delle caratteristiche miracolose, sovrannaturali, a prescindere dalla predisposizione d’animo e dalla conformazione morale del lettore. Forse l’errore madornale del nostro tempo risiede nell’errata considerazione secondo cui la lettura corrisponda necessariamente alla conoscenza. Leggere, come è ben noto, non equivale a conoscere: la lettura è un appagamento istantaneo dello spirito, e si tramuta in conoscenza solo se arginata e disciplinata dallo studio metodico, dall’esercizio e proiettata verso una dimensione che trascenda l’individuo. Senza questo resta solamente un’esecuzione vuota, priva di qualsiasi valore.

Ciononostante, questo è il tipo di cultura che si tenta di portare avanti: una cultura arida, competitiva, arrivista, priva di legami con la realtà. E c’è da sperare che gli italiani ne stiano prendendo atto. È oramai abbastanza manifesto che la società moderna non mira all’emancipazione dell’uomo tramite la cultura, piuttosto tramite una sua forma snaturata punta a formare uomini soli, egoisti, meschini, che si considerino alla stregua di contenitori dove ammassare- chi sa per quale scopo- quante più informazioni possibili, come delle grandi enciclopedie. Nozioni e dati empirici da esibire per far scena, che danno l’illusione di un sapere, che in realtà non si possiede nella pienezza. Niente che possa realmente giovare all’anima. È bene ricordare che la cultura, quella vera è al di là di tutto questo. Solo un illuso o uno sciocco può realmente pensare che il sapere abbia a che fare coi libri. La lettura è solamente una, fra le innumerevoli possibilità che l’uomo ha di relazionarsi alla propria dimensione interiore. Prendere consapevolezza dell’esistenza, della propria personalità, della propria spiritualità e della propria storia è tutta un’altra questione.

Le pagine più belle sono le pieghe delle rughe che solcano i volti dei nostri nonni, ancora carichi di speranze per il futuro, il firmamento del cielo e gli infiniti corsi d’acqua; il nero dell’inchiostro è negli occhi stanchi dei nostri genitori che accettano turni di lavoro massacrati per poter mantenerci a scuola e in quelli del contadino prudente che camminando sul terreno incolto pregusta già al suo posto, la vivida immagine di un immenso campo di grano pronto per la mietitura. Lascate perdere l’Istat: questi sono i libri migliori ed essenziali su cui edificare le proprie coscienze di uomini e insieme cittadini.