Gli eventi delle ultime settimane segnano ancora una volta i confini e le aree d’influenza del Medio Oriente, dal 1947 l’area più turbolenta del mondo. Dopo l’uccisione di Qassem Soleimani in Iraq, il parlamento di Baghdad ha votato una risoluzione non vincolante per richiedere alla difesa americana di lasciare il Paese, dopo oltre 16 anni di stabile permanenza, dall’inizio della guerra contro Saddam Hussein. Oggi l’Iraq è guidato da un governo sciita, vicino a Teheran, che senza dubbio esercita pressioni affinché il “Grande Satana” smobiliti le proprie truppe. Ben 5200 unità sui circa 10mila soldati stranieri presenti entro i confini fanno capo a Washington. Il presidente dimissionario iracheno Adel Abdel Mahdi ha espressamente richiesto a Mike Pompeo, Segretario di Stato USA, l’invio di una delegazione per predisporre il ritiro delle truppe, sebbene il dipartimento della difesa continui a temporeggiare, spingendo per una rimodulazione dell’accordo.

La Germania ha già predisposto il ritiro di una parte delle sue truppe e ne ha ricollocata un’altra, mentre lo stesso governo iracheno ha espresso il proprio gradimento rispetto alla permanenza dei carabinieri e dell’esercito italiani, preziosi in questi anni per l’addestramento delle forze di polizia locali. Tutto ciò porta a delle conclusioni chiare, che piaccia o meno: gli USA non sono più graditi in quella parte di mondo. D’altro canto, la loro permanenza in Iraq ebbe già un costo di vite umane insostenibile, tra i morti dei bombardamenti e la mancanza di acqua. Il sostegno al blocco israelo-saudita in chiave anti-iraniana serve solo a sostenere la politica del terrore propinata dalla destra israeliana, che da anni ne fa il proprio cavallo di battaglia per confermare il proprio successo elettorale, che fa il paio con il massiccio sostegno alle forze islamiste in Siria e in Iraq da parte della monarchia saudita. L’insubordinazione americana rispetto alla volontà di Baghdad non sorprende, viste le numerose e reiterate violazioni del diritto internazionale a carico di Washington, sulle quali oggi tutti gli attori hanno aperto gli occhi. La dissimulazione del disimpegno statunitense dal Medio Oriente non è stata seguita da un effettivo ritiro, continuando a sganciare missili necessari a mantenere alta la tensione, permettendo a Tel Aviv e Riyadh di reiterare le loro campagne di odio e violenza, e continuando a contendere a Mosca e Ankara l’influenza regionale. Non è più solo interesse petrolifero, d’altronde oramai gli Usa sono primo produttore di greggio al mondo ed esportatore netto. Gli equilibri geostrategici, tuttavia, restano delicati, e continuare a fare i poliziotti cattivi sembra per Washington un ruolo imprescindibile, ma non più accettato da nessuno.