Un giro da 300 miliardi di dollari annui entro il 2020. Sono queste le cifre da record che incasseranno i colossi del web attraverso un bene che forniamo loro ogni giorno gratuitamente. Questa tecnologia ha cambiato la nostra vita, se in meglio o in peggio ancora non è chiaro. Quello che è certo è che ci rende schiavi. Il web  può sapere tutto di noi: cosa mangiamo, che serie tv ci interessano, cosa votiamo, che pantaloni ci piacciono. E tutte queste informazioni gliele doniamo noi, gratuitamente. Ogni volta che compriamo su un eshop, ogni volta che ordiniamo del cibo, o prenotiamo una corsa con Uber, tutte le volte che chattiamo, ci scambiamo foto o mandiamo un tweet produciamo informazioni che valgono tantissimi soldi.

Nell’impossibilità che ha l’uomo comune di rinunciare a tutti questi strumenti, la vera rivoluzione sarebbe riuscire a monetizzare almeno i propri dati. Come se fossero dei diritti d’autore: quando scriviamo un testo, una musica, dipingiamo un quadro, la legge stabilisce che l’opera è nostra e la sua vendibilità e spendibilità dipenderà da noi. Anche qualora decidessimo di affidare la vendita del nostro quadro ad un curatore d’arte o nel caso che concedessimo la riproduzione del nostro brano musicale a terzi, il diritto d’autore ci garantirebbe una minima remunerazione. Questo non avviene per i nostri dati personali, richiesti da migliaia di aziende e gruppi di pressione e monetizzati una serie infinita di volte: quindi il detentore, che sia Amazon o Facebook o Google, guadagnerà sui nostri dati mentre a noi non arriverà neanche un centesimo. La stessa gratuità del servizio, come ha ricordato il CEO di Apple, Tim Cook, dovrebbe far riflettere sul reale scambio di valore che avviene tra chi cede i dati e chi li gestisce. Apple da tempo si spende per la trasparenza dei dati e rivendica il fatto che il suo motore di ricerca, Safarinon solo non utilizza i dati di navigazione, ma impedisce agli inserzionisti pubblicitari di tracciare la navigazione da un sito a un altro, mentre Mappe non conserva la cronologia degli spostamenti e non associa le ricerche effettuate all’identificativo dell’utente. Non solo Apple, esistono anche altri esempi virtuosi: per le email Fastmail e Vimeo per non finire tracciati su YouTubeBasta informarsi.

Il Regolamento europeo Gdpr, entrato in vigore a maggio 2018, ha provato a migliorare le condizioni degli utenti, che oggi devono dare il consenso per utilizzare i servizi. Ma, al di là dei banner continui che appaiono su telefoni, pc e tablet, non è che gli utenti abbiano capito granché: non ci rendiamo conto di quello che accade. Le multe per violazione della privacy fioccano in Europa, soprattutto in Italia che, con 30 sanzioni, si impone al primo posto, mentre il Regno Unito è il più severo, con 310 milioni di euro totali. Uno studio di Federprivacy rivela se il regolamento europeo ha ormai raggiunto la piena efficacia; ci sono Paesi che ancora non lo hanno adottato, come Irlanda e Lussemburgo, sede dei più grandi colossi web. In Germania Alexa è sotto attento controllo perché, dopo aver rapito tutti con le sue funzionalità (tra cui quella di insegnare le tabelline ai bambini), ci si è resi conto che era come avere Jeff Bezos in casa. Anche Facebook è nell’occhio del ciclone con l’integrazione di WhatsApp e rischia una sanzione di due miliardi. Ma le multe sono solo una piccola tangente da pagare in cambio di profitti milionari. Raccontano come il 5g sia la più grande minaccia del web, e nel frattempo l’algoritmo elabora la vostra lista della spesa, segnata su Amazon.