Da qualche anno a questa parte, molte aziende sparse in tutto il mondo stanno sperimentando, sviluppando e mettendo in atto un vero e proprio riassetto dei propri standard di recruiting e selezione del personale, servendosi in maniera ingente degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, i reali vettori che guidano l’evoluzione del mondo del lavoro al tempo del capitalismo 4.0.

Si iniziava ad avvertirne le criticità già nel 2017, quando Eyal Gryevsky (CEO e cofondatrice di Mya Systems) aveva lanciato il proprio sistema di intelligenza artificiale Mya per sostenere le aziende di ricerca del personale nelle prime fasi di selezione a classificare, secondo schemi e dettami prestabiliti, le masse indistinte di candidati che continuano a presentarsi, aspettando che cada la manna da un cielo senza stelle.«Quando il candidato si rende disponibile per un lavoro, Mya si presenta e li guida attraverso una conversazione specifica e guidata; la chatbot potrà chiedere questioni semplici come: sei disposto a lavorare la sera? Sei soddisfatto della paga? Hai un’esperienza con il muletto? Se i candidati rispecchiano le necessità dell’azienda, Mya fissa un intervista di lavoro». Questo sistema, dunque, si limita ad intervenire come chatbot, ossia rispondendo ed interagendo tramite un pattern di messaggi prestabiliti. È chiaro che il suo scopo principale è quello di smorzare il carico di lavoro definito “neutro” per le compagnie di recruiting: raccolta dati, valutazione, divisione e disamina per caratteristiche maggiormente ricercate, eccetera.

L’azienda californiana non è rimasta a lungo la sola a poter disporre di questi algoritmi per decodificare una montagna enorme di dati. Basti pensare ad Esselunga che, già nel giugno di quest’anno, era arrivata grazie alla propria intelligenza artificiale a risparmiare quasi 28.000 colloqui, riuscendo a gestire allo stesso tempo 50.000 telefonate e 20.000 contatti.

E se ci spostiamo in Svizzera, precisamente all’Università di Losanna, troviamo la professoressa Marianne Schmid Mast, fortemente impegnata nell’implementazione di programmi che consentano all’intelligenza artificiale una completa autonomia nello svolgere lavori di selezione del personale, tra cui il colloquio con il candidato: «Il candidato si confronta con le domande poste da una persona che si vede in video, risponde e decide quando passare al quesito successivo. Il vantaggio è che questo tipo di metodo offre uno standard e facilita i confronti».

Tuttavia, si legge su “La Liberté”, la professoressa ci tiene a sottolineare come l’algoritmo non sia poi «dotato né di buon senso, né di feeling, né di intuizione» e che sia ancora in fase di sperimentazione. Tutte caratteristiche che risultano decisive nello scambio di interazione che avviene con il contatto in carne ed ossa, ma che lasciano in ogni caso la libertà all’intervistatore di applicare i suoi personali criteri di valutazione, i quali possono essere influenzati da pregiudizi. In questo modo il sistema “cerca” di difendere i lavoratori ponendo sul piatto della bilancia una controparte oggettiva e neutrale. Una macchina che, però, potrebbe vestire le stesse lenti di colui che l’ha programmata e quindi vanificare qualsiasi passo in avanti in una selezione equa e meritocratica delle candidature. Oltretutto, l’intelligenza artificiale basata sull’algoritmo dell’Università di Losanna fonda la sua disamina a partire da un pattern ideale di risposte, che vengono rintracciate meccanicamente nelle parole dell’intervistato. Di conseguenza, l’intelligenza artificiale non è in grado di ricollegare alle parole d’ordine – dogmaticamente prestabilite ab origine – le molteplici e polivoche espressioni con cui un essere umano è in grado di rispondere, nella sua pura soggettività, ad una banale domanda.

L’intelligenza artificiale o algoritmica, dunque, si presenta diffusa attualmente non solo come strumento di supporto standardizzato per sfoltire il più possibile quelle attività definite di time consuming per le aziende, ma anche come principale vettore nel nuovo polo attrattivo rappresentato dalla corsa alla digitalizzazione – e perciò alla disumanizzazione intrinseca degli individui – che le compagnie di tutto il mondo stanno mettendo in atto da due anni circa a questa parte. Una nuova frontiera dell’interazione interpersonale che si prefigge l’obiettivo di essere superiore all’uomo stesso, ma che, inevitabilmente, dovrà fare i conti con le sue proprie e naturali contraddizioni.