Social media e giornali impazzano: l’eroe di questi giorni sembra essere uno dei gestori della pagina ufficiale dell’Inps per la famiglia, dove molti utenti si sono riversati per chiedere informazioni sul Reddito di cittadinanza. Novello professionista dello scherno, in poco tempo i suoi commenti stizziti in risposta ad alcuni utenti sono diventati virali sui social e sui quotidiani online e i suoi dileggi contro la gentaglia imbranata, ignorante, analfabeta e scansafatiche hanno provocato un’ilarità diffusa nelle piazze del web.

Ciò che interessa della questione non è prendere le difese degli utenti derisi, perché per fare ciò bisognerebbe conoscere ogni caso specifico. Si vuole invece porre attenzione sull’atteggiamento di sprezzante superiorità – sfociato talvolta nell’insulto gratuito – messo in atto dal gestore di una pagina di un ente che rappresenta lo Stato e sull’approccio comunicativo totalmente inappropriato e inopportuno – anche se il blasting sembra purtroppo andar di moda anche tra i professionisti dell’informazione e della comunicazione.

Tale atteggiamento classista nei confronti di persone con un disagio socio-economico e culturale evidente, messo in atto sul canale Facebook di un ente statale, mette in luce un drammatico paradosso: lo Stato disdegna gli ultimi, quegli stessi che ha lasciato indietro fin da subito, negando loro la possibilità di riscatto sociale attraverso il diritto a un’istruzione di qualità. Uno Stato può infatti definirsi veramente democratico solo quando la scuola dell’obbligo è in grado di fornire agli studenti tutti gli strumenti critici necessari per analizzare e capire la realtà che li circonda; quando l’istruzione è garantita a tutti in egual misura e, soprattutto, qualità: la più grande leva del classismo è, infatti, il dislivello di istruzione tra individui – evidentissimo nel caso preso in esame. In Italia, secondo i dati che emergono dall’ultimo rapporto sulle disuguaglianze a scuola redatto dall’Ocse, «Equity in education», la distribuzione dell’istruzione non è affatto idilliaca. La scuola non è in grado di mettere in moto l’ascensore sociale, che resta drammaticamente fermo: solo un alunno su cinque riesce a raggiungere un livello di formazione e competenze più elevato rispetto ai propri genitori. Nelle nostre classi, solo il 12% degli studenti socio-economicamente svantaggiati rientrano tra i più meritevoli e le competenze acquisite nel corso degli studi risultano essere fortemente legate all’origine sociale: la metà degli studenti meno abbienti frequenta ancora il 25% delle scuole più svantaggiate del Paese e solo il 6% è iscritto in istituti prestigiosi.  Le scuole superiori con una maggiore concentrazione di studenti socio-economicamente svantaggiati tendono inoltre ad avere una percentuale minore di insegnanti abilitati e nelle scuole periferiche abbondano gli insegnanti precari – con le inevitabili conseguenze sulla continuità del percorso didattico.

In Italia dunque, il diritto allo studio è sì sancito costituzionalmente, ma la situazione in cui versa la scuola non fa che aumentare il divario sociale – favorendo maggiormente chi può permettersi di investire denaro nella formazione, frequentando prestigiosi istituti privati ed acquisendo così maggiori possibilità, anche a livello di sbocchi lavorativi – e annichilire ogni possibilità di riscatto tramite lo studio per gli appartenenti ai ceti meno abbienti. La scuola italiana rischia sempre più di diventare democratica e inclusiva solo a parole, mentre, nei fatti, l’istruzione di qualità sembra essere riservata a chi può permettersi di pagarla. La scuola è perennemente sotto attacco, abbandonata, messa in secondo piano: si tagliano fondi all’istruzione, si demoliscono i programmi scolastici, la scuola si fa azienda. Ma se l’istruzione non è democratica, lo Stato ha fallito. E il simbolo di questo fallimento lo si trova anche in quel gestore della pagina Inps per la famiglia, in quei giornalisti, in quei politici – professionisti dello scherno! – che sbeffeggiano, dall’alto della loro presunta sapienza, quegli insulsi analfabeti, che però stanno lì a ricordarci che, senza una degna istruzione – che la scuola dell’obbligo dovrebbe garantire a tutti – , non c’è democrazia.