Lo scorso 13 aprile The Economist ci deliziava con un interessante articolo: “interference day: independent central banks are under threat. That is bad news for the world”. Crogiolo di nefandezze e luoghi comuni, l’editoriale in questione è una brodaglia annacquata in cui si addensano monetarismo e repulsione per la democrazia: “negli anni ’70, la manipolazione dei tassi d’interesse dei politici per aumentare la propria popolarità [avrebbe] portato alla piaga dell’inflazione”. Politiche monetarie condotte secondo le convenienze dei politicanti di turno comporterebbero, secondo la redazione dell’Economist, livelli d’inflazione insostenibili, motivo per cui certe scelte andrebbero affidate a un’istituzione indipendente dal potere politico. Quello dell’indipendenza delle banche centrali è il principale vulnus da cui muovere per edificare una seria critica all’Eurozona.

Occorre infatti domandarsi: indipendenza da chi? Il controllo sul finanziamento dei deficit pubblici consente alle Banche Centrali di mantenere alti i tassi di disoccupazione, calmierando di conseguenza l’andamento dell’inflazione – NAIRU: Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment : l’Unione Economica Monetaria antepone la stabilità dei prezzi al perseguimento della piena occupazione. L’indipendenza delle banche centrali è il principale strumento per impedire il controllo democratico della classe lavoratrice, visto che la deflazione danneggia gli interessi della moltitudine e preserva quelli di una ristretta élite.

Ma un’indipendenza per conto di chi? Celarsi sotto l’ala protettiva di un potere tecnocratico non è un buon motivo per dichiararsi indipendenti dal potere politicoil primo persegue degli interessi materiali esattamente come il secondoChi fa soldi con i soldi desidera che l’inflazione rimanga sotto una certa percentuale per non vedere aumentare la forza contrattuale dei propri debitori: l’elettore ubriaco di propaganda deve comprendere che questo è un interesse politico alla stregua di una rivendicazione salariale e proprio in quanto tale deve essere oggetto della politica e della dialettica.

Il pezzo del The Economist tocca poi picchi ineguagliabili per acume e profondità d’analisi: “la crisi dell’indipendenza delle banche centrali ha varie cause: una è il populismo. Un esercito di subumani maleodoranti e vestiti di stracci minaccia un’istituzione che, nel caso della BCE, continua a non fare i propri compiti a casa. Chiedere a Draghi per informazioni. Non è solo Francoforte a essere presa d’assedio, il pericolo è assai diffuso: il periodico londinese ricorda come pressioni sul tema dell’indipendenza delle banche centrali vengano attualmente esercitate negli Stati Uniti, in Turchia, in India e appunto nell’Eurozona. Mutatis mutandis, porre queste istituzioni al riparo del processo elettorale è propedeutico alla vittoria schiacciante e senza conseguenze di una classe sull’altra. Come insegnò l’economista marxiano Michał Kalecki: “E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laissez-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier”.

La campagna elettorale per le prossime elezioni europee sta inseguendo temi quali l’immigrazione (Lega), costi della politica e rafforzamento dell’Europarlamento (M5S), clima e difesa comune (+Europa e PD): tutti vogliono cambiare l’Europa da dentro, lasciando i veri temi fuori dalla narrazione politica. L’importanza conferita al tema climatico con un tasso di disoccupazione superiore al 10% è un gran bel calcio nel culo alla classe dei lavoratori. Leggere i programmi elettorali del maggio 2014 è, invece, un ottimo esercizio per saggiare lo stadio di avanzamento del dibattito politico riguardante l’UEM.

L’indipendenza della Banca Centrale è un tabù: avete notato come gli editorialisti al guinzaglio del capitale si scaldino non appena qualcuno si permetta di discutere l’operato di Visco o di Draghi? Le recenti polemiche sulla Commissione d’inchiesta parlamentare per le banche o sull’oro di Bankitalia restano al limitare del bosco inesplorato di un vero dibattito sull’indipendenza delle banche centrali, riuscendo comunque a suscitare un inaudito e clamoroso fuoco di difesa da parte dei media.

L’agenda mediatica è ora guidata dal cosiddetto sovranismo, fucina di argomenti che infiammano studi televisivi e rotocalchi esclusivamente in quanto ritenuti innocui dai proprietari di questi ultimi. L’Unione Europea, pregna d’ideologia ordoliberale, ha sempre poggiato le proprie fondamenta sulla pacificazione sociale, impedendo agli sconfitti di dar vita a un vero e proprio conflitto sociale, la cui stessa esistenza è oggi negata. Il negazionismo più odioso è quello di maniera, meramente finalizzato a occultare il conflitto di classe: debunkers e cacciatori di complottisti, prendete nota. Tornare (sic!) a discutere di indipendenza della banca centrale è quantomai necessario per tornare a discutere della vera sovranità, il che significherebbe, per dirla con Lelio Basso, “rivendicare quella libertà, cioè quella possibilità per tutti i cittadini e ciascuno di “esplicare il massimo della propria personalità” partecipando in modo cosciente e responsabile alla gestione della vita collettiva”. Chi parla di “populismo” con fare sprezzante è nemico della sovranità democratica costituzionale.