India, bramosa conquista di rotte commerciali storiche, desiderata da Alessandro Magno, culla di colori, lingue e religioni, meraviglia letteraria, ma anche società patriarcale e gerarchica che soffre di un gravoso squilibrio di genere tra uomo e donna. Tutto questo è l’India, il secondo Paese più popolato al mondo, ma il primo dei più pericolosi per donne e bambini secondo uno studio condotto dalla Thomson Reuters Foundation

Il nazionalismo induista ha indotto uno sviluppo sempre più diffuso della spersonalizzazione della donna legata a dinamiche economiche e sociali. La violenza sulle donne, soprattutto su minori, è una pratica diffusa e tollerata dallo Stato. Gli ultimi dati riferiscono che solo nel 2017 la polizia ha registrato una media di 92 stupri – denunciati – ogni 24 ore; ogni 155 minuti un minore di 16 anni diviene vittima di violenza sessuale, così come un bambino di 10 lo è ogni 13 ore. I reati sessuali in India coinvolgono anche le cosiddette spose bambine: sono 240 milioni le donne che vengono sposate prima del diciottesimo anno di età e spesso anche prima dei 10 anni. Dal 1971 al 2011 le violenze sessuali sono passate da 2.487 a 24.206 e i minori aggrediti sono arrivati a circa 20.000 nel 2016.

Lo stupro come affermazione del potere implica anche l’agghiacciante pratica dell’aborto illegale e dell’infanticidio. Avere una figlia femmina è considerata una disgrazia, perciò è preferibile da parte delle famiglie sbarazzarsi di inutili pesi, meglio se ancor prima che essi vedano la luce. L’India detiene anche in questo caso il primato mondiale per il maggior numero di infanticidi femminili o aborti selettivi – circa 1 milione di neonati di sesso femminile l’anno. Questo significa, considerando ancora le statistiche, che il Paese ha una stragrande maggioranza di uomini: la media è di 112 bambini nati ogni 100 donne, quando il rapporto naturale dovrebbe essere di 105 contro 100.

La violenza su donne e minori purtroppo è tollerata dalle istituzioni stesse che spesso e volentieri diventano gli aguzzini delle vittime. Nel Kashmir, una delle regioni militarizzate, sono stati registrati anche stupri di massa da parte delle forze speciali indiane. Ciò accade anche negli istituti e negli orfanotrofi dove i bambini ne subiscono altri durante gli esami medici o ancora dalla polizia che ignora o chiede addirittura alle vittime di cambiare la versione dei fatti. Inoltre persiste tutt’ora la schiavitù domestica o le cosiddette Devadasi. Quest’ultime sono in particolare delle giovani donate dalle famiglie e consacrate alle dee attraverso il matrimonio con una divinità – il termine infatti deriva dal sanscrito e significa “serva di Dio”. Le origini del sistema Devadasi provengono da riti induisti sulla prosperità e la fertilità, in realtà tale pratica è utilizzata per lo sfruttamento delle giovani donne, costrette a servire sessualmente i sacerdoti, i padroni del tempio e l’intera comunità maschile. 

Le vittime più soggette a stupro sono quelle appartenenti a caste discriminate o a minoranze religiose come cristiane e musulmane e, ancora, coloro che sfidano il sistema patriarcale. Queste donne, così come quelle appartenenti all’intera comunità vengono escluse dalla vita sociale provocando traumi fisici e psicologici irreversibili oltre che a malattie sessualmente trasmissibili. Si tratta di un vero e proprio culto dello stupro che sancisce per l’India una sex-ratio completamente a sfavore delle donne, tanto che queste sono ancora considerate come paraya dhan, cioè proprietà altrui la cui vita è direttamente proporzionale al peso della loro dote. 

L’India ha una grossa falla nel sistema di protezione e revisione giudiziario, mancano riforme e leggi che tutelino il diritto delle donne la cui vita passa in silenzio davanti al genere umano. La responsabilità non può essere attribuita ad una comunità, ma alle forze governative che non riescono o non intendono cambiare una cultura che difenda l’essere umano. La cultura dei popoli è inattaccabile, questo è vero, ma non si può parlare di civiltà nel momento in cui la vita dell’essere umano, soprattutto di bambini, viene vituperata e violata dalla stessa. È inammissibile una cultura che consideri inferiore il proprio simile, deturpare una vita è deturpare l’intera comunità mondiale. A volte sembra quasi un’utopia parlare di tutela di diritti fondamentali, soprattutto quando il silenzio della neutralità favorisce sempre il carnefice.