Strana la vita a San Paolo do Brasil, come in tutto l’amazzonico polmone, del resto. I momenti gioiosi vengono scanditi dagli echi al fulmicotone di Sergio Mendes, prendi Magalenha, samba d’annata; i momenti dolorosi vengono funestati dalla leggerezza caleidoscopica dello stesso autore: Sambinha è una bossa nova raccapricciante per la sua essenzialità. Proprio quella che scorreva nelle vene di Luiz Inacio Lula da Silva la notte del 7 aprile, momento elegiaco del suo arresto. Trentacinquesimo presidente della storia carioca, con una durata intensissima – dal 2003 al 2011 –, socialista dei lavoratori, che al sole dell’avvenire preferiva il tridente magico di Felipe Scolari (Ronaldinho, Rivaldo e Ronaldo). Progetti kilometrici, personaggio alla Humphrey Bogart, anche se il fisico non glielo permette. I mondiali in patria del 2014 e le Olimpiadi a Rio del 2016 sono co-opera sua: ecco chi nomina il giovane qualunque delle favelas quando ripensa a tutte le cattedrali sbattute in un deserto di fiamme soporifere.

Da pochi giorni Lula medita trionfalmente dentro una cella di quindici metri quadrati nel carcere di Curitiba, apprestandosi a scontare la bellezza di dodici anni di reclusione per corruzione aggravata. Un presidente emerito che si arrende al braccio armato della giustizia, pur venendo idolatrato da una nutrita folla di irriducibili (veri) sostenitori: scenario da Impero Romano, invisibile sull’Italia del berlusconismo galoppante. Lula si era barricato strategicamente da diversi giorni nella sede del sindacato di San Paolo, annunciando in mondo visione di essere prossimo a costituirsi da “innocente”. Continuava a dispiegare l’urlo della propria purezza penale, chiedendo però una proroga di pochi giorni prima della carcerazione. Friedrich Nietzsche fu lungimirante nel professare ai quattro venti che «un idealista è incorreggibile: se è allontanato dal suo paradiso farà un ideale del suo inferno». Quello che accade oggi a un martire della giustizia civile – per buona parte del popolo democratico – o a un semplice colpevole come tanti – per l’inquisizione che ha azionato la ghigliottina pubblica –.

Due eventi gli toglievano il sonno e gli suggerivano di restare con i piedi ben saldi nel suo patibolo di evaporata libertà: la messa in memoria della moglie scomparsa (compiva sessantasette anni proprio il 7 aprile) e la sfida delle sfide tra il suo adorato Corinthians e gli acerrimi rivali del Palmeiras (finalissima di ritorno del campionato paulista). Un romantico non si smentisce mai, in primis nei momenti di soffocante grigiore.

Il mandato d’arresto impacchettato il 3 aprile scorso dal giudice Sergio Moro – paladino delle inchieste sulle attività di corruzione libidinoso-finanziarie dei politici verdeoro – ha generato proteste incandescenti nella metropoli economica: i manifestanti pro-Lula hanno battagliato contro la polizia federale per una settimana intera.

Ma la cinematografia reale non termina qui. Quattro giorni dopo la sentenza, poche ore prima della fatidica notte dell’approdo in cella, la messa di ricordo della moglie del condannato – Marisa Leticia – si trasforma in un comizio politico tra sacro e profano: la fedelissima ereditiera del timone di Lula, Dilma Roussef, in preda a una velata commozione, espone con convinzione l’innocenza del compagno. La sera stessa tutti ritornano sulla terra: tocca al Palmeiras dare un piacere all’uomo più atteso del Brasile: vittoria ai rigori all’Allianz Parque e conquista del campionato paulista nel suo atto finale. Ora possiamo dire che il suo maracanasso o il mineirazo ha una carezza sportiva, che profuma di sottile agonia. Come quella soffiata in poesia da un docente in versi salpato da Alessandria d’Egitto. Egli fece innamorare tutti i fedeli sbandieratori del comtiano “ordine e progresso” piantando la sua penna a San Paolo do Brasil: Giuseppe Ungaretti. Agonia, quella di Lula, rispecchiata ermeticamente in tali dipinti artefatti:

«Morire come le allodole assetate

sul miraggio

O come la quaglia

passato il mare

nei primi cespugli

perché di volare

non ha più voglia

Ma non vivere di lamento

come un cardellino accecato».