Senza tenere conto dell’incompatibilità tra popoli diversi – religiose, sociali e culturali – le potenze occidentali hanno sempre disegnato con il pennino, da ampie e marmoree stanze, confini immaginari su territori attraversati da secoli di vite reali. Innescando conflitti immediati o interrando bombe ad orologeria con timer regolati su un probabile, se non certo, futuro prossimo. Dalla Colonizzazione alla Decolonizzazione, dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano, passando per le rivoluzioni arabe finanziate dai britannici – per interesse e paura dell’espansione musulmana nel Commonwealth – all’Accordo Sykes-Picot – con quei confini studiati a tavolino per i protettorati inglesi e francesi; dalla nascita d’Israele, alla guerra fredda, alla lotta al terrorismo espresso nelle sue campagne militari: i padroni del mondo tronfi della loro tradizione di conquistatori perennemente assetati di materie prime sono passati dal carbone al litio limitandosi a declinare il colonialismo in imperialismo per arrivare all’assistenzialismo. Giocando a Risiko nel Medio Oriente che ancora chiamavano piccola Asia, e che loro stessi hanno creato a propria immagine e somiglianza nel nome di dio denaro, e in Africa, il tutto si è sempre consumato seguendo quel fil rouge che è l’interesse.

Oggi molte delle cariche di quelle bombe ad orologeria sono state azionate dal tempo, dando luogo alla deflagrazioni di nuovi conflitti o accentuando vecchie tensioni. Le nuove migrazioni sono un danno collaterale degli interessi secolari di una ‘razza’ in declino, che non ha più la forza, né l’appoggio (politico/internazionale), né la lungimiranza per operare repressioni. Il popolo occidentale rivolto alla via del tramonto su lunghi e tetri passi, nonostante sia consapevole di questo drammatico epilogo, si mantiene saldo alle sue priorità, che non sono affatto cambiate e si riconfermano le medesime, e sembra navigare a vista: come i barconi di disperati che affrontano il Mediterraneo. Quel ‘Vecchio continente’ rugginoso di trattati e ferraglie da guerra oggi si trova per la prima volta a dover affrontare il problema di ‘incompatibilità tra popoli diversi’ all’interno dei suoi confini reali sui quali si basano secoli di storia, di vite e di morte; confini che andrebbero cancellati, o ‘astratti’ secondo i progressisti, per fare posto al futuro che incombe.

Mentre qualcuno si domanda la cosa giusta da fare per mitigare gli errori del passato, qualcun altro si chiede se sia veramente il caso invece, di chiamare i soggetti componenti di quei flussi migratori che tanto minacciano lo status-quo ‘risorse’: perché il timore che quel ‘problema strutturale’ che è la migrazione non sia solo l’ennesimo studio strategico fatto a tavolino è forte come la fame che spinge i soggiogati dalla storia a partire per il loro nuovo mondo. Ecco come si accende il nuovo conflitto, l’ennesimo, forse l’ultimo, che l’Occidente combatterà prima che cadano, come molti si augurano, tutti i confini.