Finalmente l’Italia riesce ad ottenere qualcosa sul fronte migranti in Europa. L’accordo di Malta (seppur ancora in forma embrionale e ancora da sottoporre al vaglio della plenaria dei paesi membri UE) rappresenta, ad oggi, quanto di più europeo l’UE sia riuscita a proporre per arginare e rispondere all’emergenza migratoria che da anni investe il continente. Tale accordo, che vede coinvolti per ora i soli Paesi riunitisi a Malta (oltre ai padroni di casa anche Italia, Francia, Germania e Finlandia), prevede un meccanismo di ripartizione obbligatoria dei migranti che sbarchino su ogni parte delle coste europee fra tutti i Paesi membri, superando in tal modo il regolamento di Dublino che obbligava gli Stati – sulle cui coste fossero avvenuti gli sbarchi – a farsi carico interamente dei migranti arrivati.

Ciò basterebbe a far stappare anche ai più dubbiosi ed euroscettici le migliori riserve di bollicine disponibili in cantina, apparentemente. Tuttavia, non tutto risulta così rivoluzionario ed equo nella sua conformazione. Infatti, il meccanismo di ripartizione delle quote è pur sempre subordinato al superamento, per i Paesi di approdo, della soglia del 120% degli arrivi sopportabili, procrastinando così ancora l’obbligo morale da parte dei Paesi non mediterranei a intervenire attivamente nella gestione dei flussi migratori. Così come anche i meccanismi dei rimpatri e delle redistribuzioni saranno interamente a carico dei Paesi che saranno chiamati all’accoglienza, dilatando così verosimilmente ancora i tempi di redistribuzione. Ma, ciò che realmente è destinato a segnare un punto di non ritorno nella politica europea degli ultimi anni, è il meccanismo di sanzioni che viene previsto per quei Paesi (qualcuno ha detto Visegrad?) che si opporranno al meccanismo della redistribuzione e si sottrarranno agli obblighi dell’accoglienza. Sembrerebbe di conseguenza finita, perlomeno nelle intenzioni dei Paesi dell’Europa occidentale, l’epoca del bivacco nell’Unione Europea di molti Paesi dell’Europa orientale (in primis Polonia e Ungheria) che si riempiono le tasche di contributi europei, pur non collaborando nell’assunzione degli oneri comunitari. Ed è proprio sulla cricca di Visegrad che, inevitabilmente, l’attenzione si concentrerà ora. Perché se Italia, Germania e Francia hanno finalmente trovato una linea comune da seguire sul tema, è evidente come la trazione politica ed economica del continente si sia allineata verso una direzione che, inevitabilmente, segnerà da qui in avanti le politiche comunitarie, nel bene e nel male.

Di conseguenza, pur non essendo assolutamente scontata l’approvazione di una bozza di questo tipo (bisogna sempre ricordare che il meccanismo dell’unanimità vige all’interno di queste tematiche), è assolutamente certa la deriva sempre più isolazionista del blocco di Visegrad rispetto a quelle che sono le necessità e gli orientamenti dell’UE, con buona pace dei sogni di gloria leghisti. Eh già, perché è altrettanto evidente come anche le tempistiche di questo accordo non siano casuali. Non appena Salvini ha lasciato il timone del governo Conte, l’Europa ha ripreso a dialogare con l’Italia manifestando anche una consistente apertura nei suoi confronti, seppur ancora sul piano meramente politico e non formale. Testimonianza ulteriore (se mai ce ne fosse stato bisogno) della portata del fallimento delle politiche estere leghiste portate avanti durante i mesi di governo, che hanno finito per isolare sia la truppa europarlamentare neoeletta nella scorsa tornata elettorale (anche grazie allo sgambetto dell’alleato fantasma Orban), sia il Paese Italia nella partita delle nomine degli eurocommissari. Portandoci, in definitiva, ad uno stato di irrilevanza e isolamento diplomatico senza precedenti.